Crea sito
Primavera a Quattro Mani


“Quantanoia” in 7 Giorni di Follie

Il racconto integrale “Quantanoia” di Andrea Marinucci Foa disponibile per qualche giorno sul blog:
7 Giorni di Follie

Intervista a Morales e Barnes

Barnes & MoralesGli agenti Mike Barnes e Xavier Morales hanno graziosamente accettato di fornirci una intervista, una prassi ormai consolidata per i personaggi di Andrea Marinucci Foa e Manuela Leoni. Abbiamo in studio questa strana coppia di agenti, un po’ Starsky e Hutch, un po’ Merry e Pipino. Tema dell’intervista è soprattutto la loro storia e il loro ruolo all’interno del romanzo.

Che dire di questi due personaggi, usciti dalle pagine di Jacques Korrigan a Brocéliande?
A sentire gli autori, erano originariamente ideati come spalle, personaggi funzionali alla storia, ma di certo non protagonisti.
Ok, mettete via le pistole: ho detto originariamente!

Barnes: se parliamo di origini, allora Jacques Korrigan a Brocéliande doveva essere un racconto.

CONTINUA A LEGGERE

Jacques Korrigan e il giorno del solstizio

Direttamente dal capitolo VII di “Jacques Korrigan a Brocéliande”…

Sul grande campo di fronte al presbiterio dell’abbazia, una ventina di persone di ogni età erano sedute sull’erba ad ascoltare una giovanissima musicista che suonava un’arpa celtica di legno scuro. La melodia si alzava nell’aria limpida della sera. Jacques sentì un brivido: era un’esecuzione della Brian Boru’s March con un’interpretazione così forte, commovente, da chiamare alla mente immagini arcaiche: il verde di un prato, uomini antichi dal viso spento e dagli occhi luminosi, il mare che urtava violentemente contro una scogliera alzando in aria una nuvola di spuma, stendardi colorati e un bodhran che scandiva un ritmo che il suono dell’arpa evocava e guidava con maestria. Ascoltò in silenzio, finche la marcia non terminò e le sensazioni che essa aveva creato dal nulla non cominciarono ad affievolirsi.
“Non mangi?” gli domandò Leo.
“Oh, sì. Il panino”, rispose Jacques. “Ero preso dalla musica.”
“Canti tradizionali per turisti?” cercò di indovinare Sarah.
“No, Brian Boru’s March è una marcia funebre. E’ tradizionale sì, ma è irlandese. E quei tipi lì non sono turisti comuni. Quell’uomo con le basette deve essere gallese, e anche quegli altri due accanto a lui. No, non è un intrattenimento turistico, questa è una festa per il solstizio. E una festa del solstizio che si tiene ai margini di Brocéliande, per giunta!”

L’Oscura forfora delle tenebre

Terza puntata del demenziale fantathriller urbano.  La prima parte è disponibile qui e la seconda qui.

Atto Primo
Scena Seconda

Se avete intenzione di chiedermi dove avvenne quell’incontro, tenetevi stretta l’intenzione e non fatemi certe domande: non ero presente e poi ci tengo alla pelle! Vi basti sapere che…

Il parcheggio sotterraneo era buio e puzzava. Tutti i parcheggi puzzano e se sono sotterranei sono poco illuminati, ma quel parcheggio sembrava più oscuro e puzzolente della maggior parte degli altri parcheggi. Visto che la guida Michelin non attribuisce stelline ai parcheggi sotterranei, dovrete fidarvi di quello che dico.
Tony e i suoi aspettavano davanti alla loro auto, un fuoristrada nero dall’aria costosa, e nell’attesa navigavano su Facebook sugli smartphone.
“Ehi, capo. Ti ho inviato una richiesta per Farmville. Mi serve aiuto per costruire il pozzo”, esordì Ricky.
Tony lo guardò con un’espressione omicida dipinta sul viso, poi scosse la testa e lasciò perdere. I suoi uomini avevano spesso incombenze che prevedevano lunghe attese. Farmville era pur sempre una distrazione meno pericolosa di Youporn.
“Buonasera”, salutò una voce maschile in lontananza. A una quindicina di metri, una figura in impermeabile era in piedi dietro i fari dell’auto, in modo da apparire indistinta, impossibile da riconoscere.
“E’ una bella serata, compare”, convenne Tony. “Vi ha mandato Peppino?”
“Peppino del ristorante”, precisò l’uomo in impermeabile.
“Quello sempre aperto”, aggiunse il mafioso.
“Va bene, allora tu sei davvero Tony Accesi”, annunciò l’altro.
“E tu sei proprio quel cretino che mi fa perdere tempo con queste stronzate delle parole d’ordine”, rise Tony. “Allora, coglionazzo, questi sono i miei uomini più fidati, Ricky e Martin. Svuota il sacco e dimmi in che cosa consiste il lavoro.”
“Dovresti mostrare un po’ di rispetto, sono io che pago”, protestò l’altro.
“Il rispetto non si compra”, sentenziò il boss. “Non ho tutta la notte a disposizione, e questo parcheggio non mi piace.”
“Non ti aspetterai che parli di affari in questo posto?”
“Ma se il posto l’hai scelto tu!” Tony sbuffò.
“Capo, lo posso sforacchiare? Solo un pochino”, gli chiese Martin, estraendo il ferro dalla fondina.
“Stai buono picciotto. Tieni, prendi il mio smartufone e vai a costruire il pozzo di Ricky.”
“Allora, uomo impermeabile, dov’è che andiamo a parlare?”
“Non parliamo affatto”, annunciò l’altro, lanciando un piccolo oggetto di plastica di fronte al boss. “Quella è una chiavetta USB: ci troverai le informazioni che ti occorrono per stabilire una comunicazione sicura con i miei capi. Una volta che le avrai lette con attenzione, dovrai distruggere la chiavetta. Posso fidarmi?”
“Ma che minchione sei?! Pure la chiavetta, adesso? Ti costerà un extra, farmi perdere tutto questo tempo.”
“Anche i muri hanno orecchie, Tony”, gli disse l’uomo, mentre saliva in auto. “Ricordati di distruggere la chiavetta.”
“Fanculo tu e la chiavetta”, lo salutò cortesemente il boss, mentre si chinava a raccogliere l’oggetto.

(continua)

Ritorno a Casa

Kur era un’immagine olografica spiaccicata su un monitor circolare. Ogni cosa lì intorno rispecchiava il pi greco.
Kor aveva un colorito azzurro, quella mattina. O pomeriggio. O quel che era. Probabilmente per via del riflesso dell’oblò, che mostrava un pianeta azzurro e verde. “Stiamo compiendo la prima decelerazione in vista del terzo pianeta, Supervisore.”

CONTINUA A LEGGERE

“E poi?”

Qualcuno ha deciso di definire ufficialmente l’uomo “sapiente” (sì, lo so: è stato Linneo), dal mio modo di vedere le cose, l’uomo dovrebbe chiamarsi “narrante”. Noi utilizziamo la narrazione come principale sistema cognitivo. Raccontiamo storie, ascoltiamo storie. Comunichiamo un’immagine romanzata di noi stessi, persino nell’introspezione ci raccontiamo un mucchio di storie. Non perché siamo falsi e bugiardi, ma perché siamo fatti così.

Siamo divoratori di storie.

Una delle persone più intelligenti che conosco mi parlava qualche settimana fa della poesia della matematica. E’ un concetto chiaro: è difficile appassionarci a un qualsiasi argomento senza guardarlo con gli occhi di un bambino che ascoltando una favola chiede “e poi?”

I migliori insegnanti sono narratori: conoscono e usano (perché li hanno studiati o fatti propri con la pratica) tutti i meccanismi della narrazione orale. Un attore straordinario come Marco Paolini riesce a tenerci incollati alla sedia raccontando vicende lunghe e complicate, come quelle di Ustica e del Vajont; ci raggiunge con una forza straordinaria perché ci racconta una storia, con tutti i trucchi del navigato attore di teatro. Trucchi sacrosanti, sia chiaro.

Nei documentari si utilizzano tecniche narrative. In alcuni compaiono persino gli archetipi del protagonista e dell’antagonista: servono a raccontare una storia. L’evoluzione si racconta attraverso la storia del pensiero scientifico: la scoperta è un viaggio, un’avventura. Sappiamo benissimo che è tutto romanzato, ma va bene così.

Nasciamo, cresciamo ed invecchiamo con la stessa domanda sulle labbra: “e poi?”.  Io trovo che sia bellissimo.

L’Oscura forfora delle tenebre

Ecco, la seconda allucinante puntata del delirante thriller L’Oscura Forfora delle Tenebre. La prima puntata la trovate qui.

Atto Primo
Scena Prima

Era la notte tra il 21 e il 22. Del mese scorso, certo! Che razza di domande! Avete presente quel lungo ponte di ferro, dedicato a Robert F. Kennedy, che unisce il Queens con Manhattan? Bene, la nostra storia comincia lì.

Tony era un uomo alto e robusto, quello che si definisce tecnicamente un “armadio”. Aveva un passo leggiadro come quello di un ippopotamo ed era assai poco contento della piega che stava prendendo la conversazione. D’altra parte Tony era quasi sempre poco contento, il suo ruolo nella mafia newyorkese lo prevedeva da contratto.
I suoi ragazzi Ricky e Martin avevano quasi la sua stazza. Ricky era giovane, portava un berretto da baseball ed esibiva un sorriso poco intelligente. Martin aveva una cinquantina d’anni, era calvo e zoppicava leggermente per qualche antica e dimenticata ferita di gioventù. I due tenevano fermo un giovane dall’aria spaventata.
“Vedi, Frank, da noi i debiti vanno pagati”, spiegò il boss con raffinato accento italoamericano. Aveva seguito da poco un corso di perfezionamento e ora poteva usare anche le espressioni più contorte senza inciampare nella pronuncia.
“Ti prego, Tony! Dammi ancora 48 ore per trovare i soldi!”
“Fammi un piacere, Franky: smettila di implorare, che sennò mi fai commuovere e non mi piace piangere mentre getto le persone dai ponti.”
“Noooo!” Urlò l’altro, cercando invano di divincolarsi.
“Ti piace il bungee jumping, Frank?” Tony sorrideva impietosamente, mentre Ricky gli legava una fune alla caviglia. “Martin, rendiamo lo spettacolo pirotecnico!”
Lo scagnozzo rise e versò un liquido puzzolente addosso al malcapitato. Mentre lo buttavano giù dal ponte, Ricky gli avvicinò l’accendino al viso, trasformandolo in una palla di fuoco che cadeva urlante verso le scure acque del fiume.
“E’ sempre stata una testa calda”, commentò il boss, guardando dal parapetto. “Prende fuoco per una quisquillia!”
Ricky sorrise. “Che spettacolo! Un pendolo di fuoco! La corda ignu… ignigufa…”
“Ignifuga, testa di rapa!”
“Quel che è. E’ stata una bella idea.”
“Dove andiamo, capo?” chiese Martin, mentre si incamminavano verso la riva in direzione del Queens.
“Picciotti, andiamo a trattare con una famiglia davvero potente. Un po’ strana, visto che tratta certi affari solo a tarda notte, ma potente assai. Si tratta di una mucca ben pasciuta che aspetta soltanto di essere munta da noi.”
“Ci diamo al formaggio?”
“Zuccone, era una metafora! Ti ricordi dove abbiamo parcheggiato?”
“Non sapevo che le metafore si facessero con il latte, capo”, si scusò Martin. “Abbiamo parcheggiato da quella parte, vicino al distretto di polizia, che così non ci fregano la macchina.”

 

(continua)

Tre di Spade

Il nostro prossimo libro si intitolerà Tre di Spade e comprenderà tre racconti Sword & Sorcery del ciclo della Canzone della Costa, i primi in ordine cronologico.

E’ una Sword & Sorcery molto vicina alle origini popolari del genere, un po’ alla Fritz Leiber e Lyon Sprague de Camp. A scanso di equivoci, questa narrativa deve poco a Tolkien e alla fantasy epica e molto ai racconti di cappa e spada e alla commedia dell’arte. Presenta ambientazioni molto sfumate, dove bene e male non muovono le pedine di una scacchiera cosmica, ma  uomini e dei si fanno più o meno i fatti propri in un universo indifferente, beffardo e corrotto. Come da tradizione popolare, si dipinge una società governata dall’arbitrio del potere, dove l’unica legge è il “lei non sa chi sono io” e  l’unica arma è farsi furbi e fregare il potente con l’astuzia. La gente perbene resta lontana dal potere perché questo corrompe l’onesto e lo trasforma in un mostro.

Gli italiani dovrebbero trovarsi bene. La nostra Vadhe, la grande e corrotta città che fa da sfondo alle avventure dei tre protagonisti del ciclo, potrebbe essere una qualsiasi città italiana del Cinquecento e del Seicento. Anche senza andare indietro nel tempo, l’Italia di oggi è molto simile a una ambientazione di questo tipo, sotto certi aspetti.

Naturalmente, il cinismo e la sfiducia appartengono al genere e non a noi. Non cantiamo certo le lodi di una società priva di lacci e lacciuoli, ne facciamo uno sfondo che faccia risaltare bene l’umanità dei personaggi. Le stelle brillano di più nell’oscurità.

I racconti che vi presenteremo presto (impegni permettendo) in Tre di Spade:

Incontro a Mirozh
Di come i nostri avventurieri si incontrano in maniera per nulla casuale nella taverna di un villaggio povero e sperduto. Di dadi truccati, incantesimi e spade.

L’Oro di Vadhe
Di un furto su commissione che inizia in maniera promettente. Di uno stregone vendicativo e di un sodalizio che è soltanto all’inizio.

Rosa d’Inverno
Di una bestia la cui famelica presenza affligge un intero borgo. Di sospetto, ingratitudine, amore e morte.

L’Oscura forfora delle tenebre

Ecco, la prima puntata del delirante thriller L’Oscura Forfora delle Tenebre. Questa roba qui (chiamarla racconto è un po’ eccessivo) nasce da uno scherzo che contemplava un elenco di titoli spiritosi e una breve descrizione della trama. Come spesso accade, lo scherzo si è rivoltato contro il suo autore, che è stato costretto dai suoi lettori a scrivere il “racconto” demenziale. Così, per stare al gioco, ecco qui il frutto del doppio scherzo. A puntate e senza impegno.

Prologo

Sì. Lo so, lo so. Non si parla d’altro. Storie romantiche o maledette, l’amore che sboccia tra il non morto e l’umana, le lotte tra coloro che sono diversi e vivono tra noi in gran segreto. Lo so. Ma sono solo storie. Magari storie raccontate per farvi sognare o per farvi correre un brivido gelido lungo la schiena. Oppure storie seriali, digitate su una tastiera per vendere un libro o farsi un nome. Storie confezionate per voi. Perché la verità, se mai la veniste a sapere, non vi strapperebbe un sospiro romantico o un sussulto inquieto. Vi farebbe fuggire via, lontano, orripilati, sconvolti, terrificati.

Dei testimoni di quelle atroci, oscure vicende che gettarono un’intera cittadina nelle tenebre resto solo io. E non sono uno scrittore o un poeta. Non vivo di delitti e castighi, di armi e battaglie. Sono un apprendista parrucchiere, armato di scopa e paletta, profondo conoscitore dei segreti delle tinture e saggio quanto le chiacchiere di bottega. Non avrei mai raccontato questa storia se non avessi ricevuto l’offerta che non potevo rifiutare, e così ne parlai a Tony. Voi sbirri non potete capire: siete alti, muscolosi e qualcuno di voi sembra uscito da quei telefilm che qualche volta interrompono la pubblicità in tv, pieni di coraggio ed incoscienza. Che ne potete sapere, voialtri, di come si sente quando è sotto ricatto uno di noi, una persona comune? Tony aveva fatto rapire la mia mamma, povera donna. E se io non avessi parlato avrebbe premuto quel dannato pulsante riempiendo la stanza di quel veleno, l’intera collezione delle canzoni di Gigi D’Alessio. Non potevo tacere!

Così Tony finì quello che altri avevano cominciato e pagò il prezzo della sua stessa follia. E questo è l’ultimo atto, l’ultima testimonianza. Potete anche scrivere questa storia, se volete. Potete raccontarla. Ma non vi crederanno, perché la gente vuole vivere tranquilla, perché certi orrori non devono uscire allo scoperto per turbare la nostra illusione di normalità. La vostra illusione, perché ormai la mia è stata brutalmente infranta.

Vorrei solo andare via, nascondermi da qualche parte, ma visto che non mi lascerete in pace finché non avrò vuotato il sacco, vi narrerò tutta la storia, così saprete tutto. E non vedrete mai, mai più il mondo nello stesso modo. Non alzerete mai più le spalle quando un calzino si smaterializzerà nella vostra lavatrice. Non ignorerete più le scie chimiche in cielo e quando al mercato incontrerete l’immancabile immigrato che vende l’aglio in sacchetti lo guarderete con occhi diversi.

Sì, parlerò. Ma voglio proprio vedere come presenterete il rapporto ai vostri superiori, come racconterete ai media questa vicenda! Ammesso che avrete il fegato di farlo, perché una cosa è rischiare la vita da eroi, affrontando le pallottole dei criminali, e un’altra è rischiare di passare per matti e leggere la compassione nello sguardo dei vostri amici e colleghi.

Mettetevi comodi, però, perché è una storia lunga e complessa, contorta come una cravatta lasciata in un cassetto già pronta da uno che non sa fare il nodo. E portatemi una birra fresca: raccontare mi fa venire sete.

Tanto, tanto tempo fa in una galassia lontana lontana…

(continua)

A Quattro Mani

A Quattro Mani

Chi scrive, oggi deve avere il blog.
Lo dicono tutti, per cui ci adeguiamo. Come sempre, a modo nostro.
Eccoci imbarcati e salpati. Navighiamo già sull’oceano tempestoso dei diari pubblici.

Cosa troverete qui? Ah, saperlo! Abbiamo buttato a mare la bussola e seguiamo solo le stelle, ovunque ci portino.