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Mito a Quattro Mani


NEW YORK 1911

Il mio nome è Malone, Brendan Malone e vivo a New York. Amo questa città, e non vivrei mai da nessun’altra parte. Anche se il nuovo secolo, il ventesimo, è iniziato da qualche anno e tutto il resto del mondo invecchia, questo posto diventa più giovane ogni giorno che Dio manda in terra. Sarà per la gente che arriva da ogni dove e per ogni perché? Vengono, come mio padre, da un’Europa dura come una roccia dura, su cui hanno spaccato i loro scalpelli, per trovare una creta fresca con cui modellare la loro nuova esistenza.

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L’Oscura Forfora delle Tenebre

Quarta puntata del demenziale fantathriller urbano.  Cambio rapido di scena: da New York l’insonne ci spostiamo sulle coste del Maine, al sorgere del sole.
Le puntate precedenti? 1 , 2, 3.

Atto Primo
Scena Terza

Ma no! Come faccio a sapere cosa c’era nella chiavetta! Sì, si parlarono. Un po’ di pazienza, per favore. Sto cercando di raccontare i fatti in un certo ordine. Lasciamo un attimo Tony nel parcheggio, perché a questo punto entrano in gioco…

La drakkar era poco più di una sagoma scura nel cielo che precedeva l’alba. La sua testa da drago marino spuntò all’improvviso, quando il disco del sole sbucò pallido dal mare. In silenzio, la grande imbarcazione si allontanò dalla costa a vele spiegate.
L’uomo aprì gli occhi solo allora, tastando il terreno intorno alla ricerca dei suoi occhiali. Li trovò quasi subito e fece per strofinarli sulla maglietta, quando si rese conto di indossare la pesante cotta di maglia. Li inforcò e vide confusamente, tra la sabbia e le ditate, la drakkar prendere il largo verso il sole. Impiegò qualche istante a rendersi conto che si erano dimenticati di lui.
“Oh no!” esclamò, alzandosi in piedi. Fece un gesto con entrambe le mani in direzione della barca. Poi cominciò a strillare e a saltare. La drakkar si allontanava tranquilla. Vista dalla spiaggia, la situazione sembrava surreale. Era arrivato in America dalla Scandinavia, effettuando la traversata che era stata attribuita ai vichinghi con i suoi amici del gruppo di rievocazione storica. Ed era stato dimenticato sulla costa, vestito da guerriero d’epoca. Si mise in testa l’elmo cornuto e recuperò lo spadone, quindi si guardò intorno. A parte i resti del fuoco non c’era nulla. I suoi compagni avevano raccolto persino le lattine vuote, ma avevano lasciato lui. Poco male, si disse confusamente: era biodegradabile. Poi si scosse, cercando di mettere in funzione il cervello. Solo soletto in una spiaggia del Maine, senza denaro, carta di credito, documenti, vestiti, telefono. Di sicuro Eric il Rosso avrebbe escogitato qualcosa. La prima cosa da fare era procurarsi… Cosa? Fuoco? Cibo? Vestiti? Birra? Forse sarebbe stato meglio evitare la birra, visto che la bionda bevanda aveva buona parte della responsabilità di quella situazione incresciosa.
Definirlo giovane era sicuramente esagerato. Bjorn aveva quasi trent’anni, anche se ne dimostrava qualcuno di meno. Era di media statura, con corti capelli color carota e dotato di una bella pancia da anfora greca. Anche il viso dai tratti regolari era cicciotto, e con le guance rubiconde dava l’impressione di scoppiare letteralmente di salute e allegria. Impressione che ora era rovinata dalla sequela di imprecazioni svedesi che sfrigolavano nell’aria del primo mattino.
S’incamminò rapidamente verso l’interno, con la pancia che ballava e il disperato bisogno di un caffè. Il sole ormai era sorto del tutto e Bjorn cominciava a rendersi conto della gravità della propria situazione, mentre cercava disperatamente un segno di civiltà. Procedendo per un paio di chilometri verso l’interno, vide in lontananza dei campi coltivati e udì il suono delle campane. Recitando un silenzioso ringraziamento a Odino, accelerò il passo senza badare allo spadone che ballava fastidiosamente, di traverso sulla schiena e agli anelli di maglia che gli si infilavano nella ciccia ad ogni passo. Ah, maledetti vichinghi masochisti! Che diavolo avevano contro i soffici giacconi di pelliccia?
Il villaggio, se davvero di un villaggio si trattava, era limitato a qualche casa rustica, una piccola chiesa e a un viale asfaltato con un emporio e parecchi fuoristrada parcheggiati. Poi, campi coltivati, campi coltivati e ancora campi coltivati.
Si avvicinò alla chiesa, lievemente imbarazzato per via del suo abbigliamento. Che chiesa era? Protestante? Cattolica? Probabilmente quella roba che si erano portati i padri pellegrini quando erano sbarcati nel Maine. Sì, quei tipi con i cappelli strani e i tacchini che ringraziano.
Stava sulla soglia della chiesa, con la porta socchiusa, tendendo le orecchie a quello che sembrava il sermone di un prete, e che probabilmente era il discorso del pastore. O quel che era. Per forturna Bjorn parlava un po’ d’inglese. Comunque lo capiva assai meglio di come lo parlasse. L’interno era poco illuminato e quindi dalla porta non si vedeva un accidenti.
“Alcuni di voi potrebbero pensare che il diavolo sia una metafora”, stava dicendo il pre… il pastore. “Ma è terribilmente reale, e se il gregge del Signore dovesse continuare questa vita peccaminosa delle città, un giorno egli busserà alle nostre porte, orrido e deforme mostro cornuto.”
Bjorn si arrestò a metà di un passo, portando la mano sull’elmo vichingo che aveva ancora in testa.
“Ops”, mormorò, mentre l’intera chiesa si girava a guardare la sagoma che entrava con il sole alle spalle.
Bjorn girò su se stesso e se la diede a gambe levate, mentre echeggiava il primo colpo di doppietta. Entrò in un fuoristrada blu mentre il secondo colpo passava qualche centimetro sopra l’elmo. Girò la chiave, che fortunatamente era nel quadro, e diede gas, lanciandosi in una partenza degna di una Ferrari di formula uno. Il terzo colpo infranse il vetro posteriore, ma lasciò lo svedese incolume, anche se visibilmente provato.
“Altro che Odino, qui c’è lo zampino di Loki!”

(continua)

Gwendoline – di Sauro Nieddu

Gwendoline - di Sauro NiedduGwendoline
di Sauro Nieddu
Pagine: 308; EEE (Edizioni Esordienti E-book); 2014
ISBN: 978-88-6690-178-5
Ebook: 3,99 €

Londra, 2088. Lo scrittore Sxxxx Nxxxxx, che si fa chia­mare Trevor, ma usa innumerevoli pseudonimi per la sua po­liedrica attività di scrittore ben pagato, è il narratore e il prota­gonista della storia. Di origini italiane, l’uomo trascorre il tempo che non dedica alla scrittura tra un pub e l’altro, a ubriacarsi scolando immensi boccali di birra. Nato prima del 2000, in realtà Trevor è nel fiore degli anni grazie ad Immor­tality© , una pillola che ha cambiato le sorti dell’umanità, ren­dendo gli individui praticamente immortali e curando tutte le malattie. Lo scrittore si innamora della sua collaboratrice dome­stica che si chiama Gwendoline, ha meno di vent’anni ed è fidanzata con un coetaneo di nome Pi. I tre diventano amici, Trevor prova una sorta di dipendenza emotiva dai due ragazzi. Un altro elemento che ha cambiato le sorti dell’uma­nità è stata l’apparizione improvvisa nel 2058 di enormi oggetti ovoidali che molti hanno scambiato per delle bombe. Se dovessero esplodere distruggerebbero tutto. Da allora sono passati trent’anni, la gente vive normal­mente la sua vita, ma sente di avere sempre un pericolo incombente.

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“Quantanoia” in 7 Giorni di Follie

Il racconto integrale “Quantanoia” di Andrea Marinucci Foa disponibile per qualche giorno sul blog:
7 Giorni di Follie

Intervista a Morales e Barnes

Barnes & MoralesGli agenti Mike Barnes e Xavier Morales hanno graziosamente accettato di fornirci una intervista, una prassi ormai consolidata per i personaggi di Andrea Marinucci Foa e Manuela Leoni. Abbiamo in studio questa strana coppia di agenti, un po’ Starsky e Hutch, un po’ Merry e Pipino. Tema dell’intervista è soprattutto la loro storia e il loro ruolo all’interno del romanzo.

Che dire di questi due personaggi, usciti dalle pagine di Jacques Korrigan a Brocéliande?
A sentire gli autori, erano originariamente ideati come spalle, personaggi funzionali alla storia, ma di certo non protagonisti.
Ok, mettete via le pistole: ho detto originariamente!

Barnes: se parliamo di origini, allora Jacques Korrigan a Brocéliande doveva essere un racconto.

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Jacques Korrigan e il giorno del solstizio

Direttamente dal capitolo VII di “Jacques Korrigan a Brocéliande”…

Sul grande campo di fronte al presbiterio dell’abbazia, una ventina di persone di ogni età erano sedute sull’erba ad ascoltare una giovanissima musicista che suonava un’arpa celtica di legno scuro. La melodia si alzava nell’aria limpida della sera. Jacques sentì un brivido: era un’esecuzione della Brian Boru’s March con un’interpretazione così forte, commovente, da chiamare alla mente immagini arcaiche: il verde di un prato, uomini antichi dal viso spento e dagli occhi luminosi, il mare che urtava violentemente contro una scogliera alzando in aria una nuvola di spuma, stendardi colorati e un bodhran che scandiva un ritmo che il suono dell’arpa evocava e guidava con maestria. Ascoltò in silenzio, finche la marcia non terminò e le sensazioni che essa aveva creato dal nulla non cominciarono ad affievolirsi.
“Non mangi?” gli domandò Leo.
“Oh, sì. Il panino”, rispose Jacques. “Ero preso dalla musica.”
“Canti tradizionali per turisti?” cercò di indovinare Sarah.
“No, Brian Boru’s March è una marcia funebre. E’ tradizionale sì, ma è irlandese. E quei tipi lì non sono turisti comuni. Quell’uomo con le basette deve essere gallese, e anche quegli altri due accanto a lui. No, non è un intrattenimento turistico, questa è una festa per il solstizio. E una festa del solstizio che si tiene ai margini di Brocéliande, per giunta!”

L’Oscura forfora delle tenebre

Terza puntata del demenziale fantathriller urbano.  La prima parte è disponibile qui e la seconda qui.

Atto Primo
Scena Seconda

Se avete intenzione di chiedermi dove avvenne quell’incontro, tenetevi stretta l’intenzione e non fatemi certe domande: non ero presente e poi ci tengo alla pelle! Vi basti sapere che…

Il parcheggio sotterraneo era buio e puzzava. Tutti i parcheggi puzzano e se sono sotterranei sono poco illuminati, ma quel parcheggio sembrava più oscuro e puzzolente della maggior parte degli altri parcheggi. Visto che la guida Michelin non attribuisce stelline ai parcheggi sotterranei, dovrete fidarvi di quello che dico.
Tony e i suoi aspettavano davanti alla loro auto, un fuoristrada nero dall’aria costosa, e nell’attesa navigavano su Facebook sugli smartphone.
“Ehi, capo. Ti ho inviato una richiesta per Farmville. Mi serve aiuto per costruire il pozzo”, esordì Ricky.
Tony lo guardò con un’espressione omicida dipinta sul viso, poi scosse la testa e lasciò perdere. I suoi uomini avevano spesso incombenze che prevedevano lunghe attese. Farmville era pur sempre una distrazione meno pericolosa di Youporn.
“Buonasera”, salutò una voce maschile in lontananza. A una quindicina di metri, una figura in impermeabile era in piedi dietro i fari dell’auto, in modo da apparire indistinta, impossibile da riconoscere.
“E’ una bella serata, compare”, convenne Tony. “Vi ha mandato Peppino?”
“Peppino del ristorante”, precisò l’uomo in impermeabile.
“Quello sempre aperto”, aggiunse il mafioso.
“Va bene, allora tu sei davvero Tony Accesi”, annunciò l’altro.
“E tu sei proprio quel cretino che mi fa perdere tempo con queste stronzate delle parole d’ordine”, rise Tony. “Allora, coglionazzo, questi sono i miei uomini più fidati, Ricky e Martin. Svuota il sacco e dimmi in che cosa consiste il lavoro.”
“Dovresti mostrare un po’ di rispetto, sono io che pago”, protestò l’altro.
“Il rispetto non si compra”, sentenziò il boss. “Non ho tutta la notte a disposizione, e questo parcheggio non mi piace.”
“Non ti aspetterai che parli di affari in questo posto?”
“Ma se il posto l’hai scelto tu!” Tony sbuffò.
“Capo, lo posso sforacchiare? Solo un pochino”, gli chiese Martin, estraendo il ferro dalla fondina.
“Stai buono picciotto. Tieni, prendi il mio smartufone e vai a costruire il pozzo di Ricky.”
“Allora, uomo impermeabile, dov’è che andiamo a parlare?”
“Non parliamo affatto”, annunciò l’altro, lanciando un piccolo oggetto di plastica di fronte al boss. “Quella è una chiavetta USB: ci troverai le informazioni che ti occorrono per stabilire una comunicazione sicura con i miei capi. Una volta che le avrai lette con attenzione, dovrai distruggere la chiavetta. Posso fidarmi?”
“Ma che minchione sei?! Pure la chiavetta, adesso? Ti costerà un extra, farmi perdere tutto questo tempo.”
“Anche i muri hanno orecchie, Tony”, gli disse l’uomo, mentre saliva in auto. “Ricordati di distruggere la chiavetta.”
“Fanculo tu e la chiavetta”, lo salutò cortesemente il boss, mentre si chinava a raccogliere l’oggetto.

(continua)

Ritorno a Casa

Kur era un’immagine olografica spiaccicata su un monitor circolare. Ogni cosa lì intorno rispecchiava il pi greco.
Kor aveva un colorito azzurro, quella mattina. O pomeriggio. O quel che era. Probabilmente per via del riflesso dell’oblò, che mostrava un pianeta azzurro e verde. “Stiamo compiendo la prima decelerazione in vista del terzo pianeta, Supervisore.”

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“E poi?”

Qualcuno ha deciso di definire ufficialmente l’uomo “sapiente” (sì, lo so: è stato Linneo), dal mio modo di vedere le cose, l’uomo dovrebbe chiamarsi “narrante”. Noi utilizziamo la narrazione come principale sistema cognitivo. Raccontiamo storie, ascoltiamo storie. Comunichiamo un’immagine romanzata di noi stessi, persino nell’introspezione ci raccontiamo un mucchio di storie. Non perché siamo falsi e bugiardi, ma perché siamo fatti così.

Siamo divoratori di storie.

Una delle persone più intelligenti che conosco mi parlava qualche settimana fa della poesia della matematica. E’ un concetto chiaro: è difficile appassionarci a un qualsiasi argomento senza guardarlo con gli occhi di un bambino che ascoltando una favola chiede “e poi?”

I migliori insegnanti sono narratori: conoscono e usano (perché li hanno studiati o fatti propri con la pratica) tutti i meccanismi della narrazione orale. Un attore straordinario come Marco Paolini riesce a tenerci incollati alla sedia raccontando vicende lunghe e complicate, come quelle di Ustica e del Vajont; ci raggiunge con una forza straordinaria perché ci racconta una storia, con tutti i trucchi del navigato attore di teatro. Trucchi sacrosanti, sia chiaro.

Nei documentari si utilizzano tecniche narrative. In alcuni compaiono persino gli archetipi del protagonista e dell’antagonista: servono a raccontare una storia. L’evoluzione si racconta attraverso la storia del pensiero scientifico: la scoperta è un viaggio, un’avventura. Sappiamo benissimo che è tutto romanzato, ma va bene così.

Nasciamo, cresciamo ed invecchiamo con la stessa domanda sulle labbra: “e poi?”.  Io trovo che sia bellissimo.

L’Oscura forfora delle tenebre

Ecco, la seconda allucinante puntata del delirante thriller L’Oscura Forfora delle Tenebre. La prima puntata la trovate qui.

Atto Primo
Scena Prima

Era la notte tra il 21 e il 22. Del mese scorso, certo! Che razza di domande! Avete presente quel lungo ponte di ferro, dedicato a Robert F. Kennedy, che unisce il Queens con Manhattan? Bene, la nostra storia comincia lì.

Tony era un uomo alto e robusto, quello che si definisce tecnicamente un “armadio”. Aveva un passo leggiadro come quello di un ippopotamo ed era assai poco contento della piega che stava prendendo la conversazione. D’altra parte Tony era quasi sempre poco contento, il suo ruolo nella mafia newyorkese lo prevedeva da contratto.
I suoi ragazzi Ricky e Martin avevano quasi la sua stazza. Ricky era giovane, portava un berretto da baseball ed esibiva un sorriso poco intelligente. Martin aveva una cinquantina d’anni, era calvo e zoppicava leggermente per qualche antica e dimenticata ferita di gioventù. I due tenevano fermo un giovane dall’aria spaventata.
“Vedi, Frank, da noi i debiti vanno pagati”, spiegò il boss con raffinato accento italoamericano. Aveva seguito da poco un corso di perfezionamento e ora poteva usare anche le espressioni più contorte senza inciampare nella pronuncia.
“Ti prego, Tony! Dammi ancora 48 ore per trovare i soldi!”
“Fammi un piacere, Franky: smettila di implorare, che sennò mi fai commuovere e non mi piace piangere mentre getto le persone dai ponti.”
“Noooo!” Urlò l’altro, cercando invano di divincolarsi.
“Ti piace il bungee jumping, Frank?” Tony sorrideva impietosamente, mentre Ricky gli legava una fune alla caviglia. “Martin, rendiamo lo spettacolo pirotecnico!”
Lo scagnozzo rise e versò un liquido puzzolente addosso al malcapitato. Mentre lo buttavano giù dal ponte, Ricky gli avvicinò l’accendino al viso, trasformandolo in una palla di fuoco che cadeva urlante verso le scure acque del fiume.
“E’ sempre stata una testa calda”, commentò il boss, guardando dal parapetto. “Prende fuoco per una quisquillia!”
Ricky sorrise. “Che spettacolo! Un pendolo di fuoco! La corda ignu… ignigufa…”
“Ignifuga, testa di rapa!”
“Quel che è. E’ stata una bella idea.”
“Dove andiamo, capo?” chiese Martin, mentre si incamminavano verso la riva in direzione del Queens.
“Picciotti, andiamo a trattare con una famiglia davvero potente. Un po’ strana, visto che tratta certi affari solo a tarda notte, ma potente assai. Si tratta di una mucca ben pasciuta che aspetta soltanto di essere munta da noi.”
“Ci diamo al formaggio?”
“Zuccone, era una metafora! Ti ricordi dove abbiamo parcheggiato?”
“Non sapevo che le metafore si facessero con il latte, capo”, si scusò Martin. “Abbiamo parcheggiato da quella parte, vicino al distretto di polizia, che così non ci fregano la macchina.”

 

(continua)