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Louis Gitanes e il Signore dei Sogni


Quantanoia

Quantanoia
di Andrea Marinucci Foa

«È normale, con il lavoro che fa», gli dissi per rassicurarlo. Naturalmente il dottor Thomas Mannix non si rassicurò per niente. Forse avrei dovuto comprare un divano apposta per le sedute con i colossi della fisica quantistica: più le persone sono solide e affermate, più si agitano quando qualcosa non va per il verso giusto.
«No, non è normale. Niente è più normale», balbettò in tono drammatico Mannix. Sembrava un topo spaurito: si copriva gli occhi con le mani e tremava come una foglia. Era un uomo grande e grosso, ma soprattutto era uno dei mostri sacri del suo campo, tanto che lo chiamavano il Quanto Padre. Farsi vedere in quello stato avrebbe sicuramente minato la sua immagine pubblica: mi riproposi di prescrivergli qualcosa che lo calmasse, prima che uscisse dal mio studio.
«D’accordo», gli dissi, cercando di apparire pratica e spassionata, di nascondere l’empatia che provavo. L’empatia va bene in quasi tutte le discipline della medicina, ma se avete a che fare con la mente è meglio che impariate subito a dissimularla: assecondare un paziente certe volte produce danni irreversibili. «Lei è un grande scienziato, quindi affrontiamo questo problema in un modo a lei familiare: cominciamo dal principio ed esaminiamo con calma quello che emerge.»
Lui annuì. Talvolta basta mostrare un appiglio e i pazienti ci si aggrappano subito, come a una scialuppa di salvataggio. Purtroppo non accade spesso, ma quando succede si è già un pezzo avanti.
«È difficile trovare il principio», ammise Mannix. Aveva smesso di tremare e cominciava a respirare profondamente. Ottimo.
«Proviamoci lo stesso», lo incoraggiai.
«E sia, dottoressa», concesse. Stava riacquistando un minimo di espressività e il pallore si notava appena. Non è molto professionale, ma se avessi avuto dei superalcolici nello studio gli avrei offerto qualcosa di forte. «Io mi occupo della frontiera della fisica e sto conducendo degli studi in quella che si chiama decoerenza quantistica.»
Non mi lanciai in facili battute sulla decoerenza. Le battute sono peggio dell’empatia: i pazienti sotto shock non reagiscono bene all’umorismo, a meno che non siano loro a sdrammatizzare la situazione facendo i buffoni.
«Conosco poco dell’argomento», mentii. Bisognava ridargli sicurezza, calmarlo, e quando si ha a che fare con i professori è facile fare appello allo smisurato ego accademico di chi si ritiene un pioniere nel suo campo. «È forse quella teoria che parla dell’interazione tra sistemi classici e sistemi quantistici?»
«Più o meno.» Fece un gesto vago con la mano, come per dire che c’era ben altro dietro quel termine. «Quanto ne sa della natura del multiverso?»
Esibii un’espressione imbarazzata. «Quello che sanno tutti. Il gatto di Schroeder…»
«Schrödinger», mi corresse. Buon segno.
Passai al teatro: era ora di apparire un po’ più intelligente di così. Socchiusi gli occhi, lasciando passare qualche istante. «In pratica, gli esiti microscopici sono indeterminati finché l’osservatore non può ficcanasare direttamente. Dato che possiamo vedere solo un risultato e che tutti gli esiti si verificano, se ne deduce che esistono universi in cui le cose sono andate diversamente. In un universo il gatto chiuso nella scatola è morto, in un altro è vivo. Quando lo scienziato la apre non vede cosa è successo alla povera bestia, scopre in quale universo si trova.»
Abboccò all’amo come una trota affamata. «È un paradosso perché va oltre il nostro buon senso, un po’ come il moto della terra attorno al sole.»
È un concetto semplicissimo. I nostri sensi ci dicono che il sole ruota intorno alla terra; per acquisire una prospettiva diversa abbiamo bisogno di vedere modellini in scala o disegni, di pensarci su. Nel linguaggio è sempre il sole che sorge, che tramonta, che si muove, nonostante siano passati secoli da Galileo; siamo portati a fidarci dell’ipotesi più semplice, quella suggerita dall’osservazione diretta. Si impiega un minuto a spiegarlo; lui impiegò un quarto d’ora buono ma riacquistò maggiore sicurezza e autocontrollo.
«Secondo la mia interpretazione, noi non viviamo in un universo determinato dalla fisica classica, ma lo percepiamo così perché è più semplice», terminò Mannix con una tipica conclusione accademica, per produrre un effetto di ammirata illuminazione.
Non c’è bisogno di dirvi che conoscevo già questo tema. La percezione è più reale della realtà: noi guardiamo dei fotogrammi in sequenza e il nostro cervello ci presenta il film come spiegazione più semplice dell’accozzaglia che abbiamo davanti. Quando sediamo in treno alla stazione e quello accanto si muove, noi abbiamo l’impressione che sia il nostro treno a partire e possiamo addirittura sentire per un istante il movimento. La razionalità interviene dopo, se interviene, perché noi siamo animali in un mondo di animali e dobbiamo reagire istintivamente di fronte ai possibili pericoli. Era chiaro dove il Quanto Padre volesse andare a parare. Lo lasciai continuare annuendo, giusto per segnalargli che seguivo il suo ragionamento.
«Così noi escludiamo automaticamente tutti i segnali che ci dicono che non viviamo in un universo isolato», proseguì Mannix. «Eppure questi segnali ci sono: illusioni ottiche, voci dal nulla, pensieri che arrivano all’improvviso, déjà vu. Questo è il punto in cui mi sembra di scivolare nella paranoia.»
«Quantanoia», commentai con ironia. Fu un errore.
Sua Quantità riacquistò l’espressione da topo in trappola. Cercai di rimediare: «definisca meglio la questione, professore.»
«Le realtà alternative, come qualcuno le chiama, non sono separate da un muro. Per niente! Pulsano, si spostano, vibrano, ondeggiano. C’è quello che si chiama entanglement: influenze quantistiche che portano a un intreccio di effetti. In un certo modo, i mondi si sovrappongono, si influenzano.»
Trattenni un sospiro. A forza. «Sì, certo. È una cosa risaputa.»
Mannix era agitato: si stava avvicinando all’origine delle sue ansie. «Alcuni pensano che si tratti soltanto di qualche effetto trascurabile, utile a misurare un capello con un laser spento. Ma il pensiero è biochimica ed elettromagnetismo.»
«Quindi secondo lei c’è una sorta di psicoentanglement?»
«È ovvio che c’è! Il cervello è un gigantesco apparato di comunicazione», continuò concitato. Non è propriamente così, ma quello non era il momento di intavolare una discussione in merito. «Effetti di interferenza, risonanza, sintonia influenzano pensieri e percezione. Capita in continuazione. Entri in casa, posi le chiavi sul tavolino e quando vai a riprenderle non ci sono. Sei sicuro si averle lasciate lì. Lo ricordi perfettamente. Le cerchi in tutta casa e le trovi nella tasca della giacca. Ma tu non ce l’hai messe! Eppure è lì che sono.»
Cercai di farlo ragionare. «Per queste cose ci sono altre spiegazioni.»
«Certo: ci sono sempre altre spiegazioni! Ma quella più ovvia è che tu hai messo le chiavi sul tavolo altrove, in un’altra realtà e il ricordo che hai memorizzato appartiene a un altro te stesso.»
«Ed è questo che la mette in ansia, professor Mannix?» chiesi.
«No, questa non è la conclusione, questo è il principio! Ho lavorato sulle interferenze elettromagnetiche, cercando di identificarle con una sorta di timbro quantico. Sono anni che ci lavoro. È un’ipotesi sconvolgente, per cui soltanto i miei più stretti collaboratori sono stati coinvolti nelle ricerche.»
Annuii. «Ha paura di passare per matto?»
«No, ho la certezza matematica di passare per matto», mi confessò. «Il risultato è spaventoso, terrificante. Non posso andare avanti senza un aiuto professionale: l’ansia mi deconcentra, mi rende poco efficiente.»
«Non mi sembra così spaventoso il pensiero di una interferenza casuale da universi comunicanti. Anzi, se un’ipotesi del genere dovesse trovare conferma, si potrebbero affrontare con una nuova prospettiva patologie che oggi hanno un’origine poco chiara. Certe forme di schizofrenia…»
Il Quanto Padre scosse la testa. «Casuale? Chi ha mai detto che sia casuale? Certo, il grosso delle interferenze lo è. Va e viene. Ma nella mappa che ho fatto ci sono interferenze che non hanno nulla a che vedere con il caso. Sono interferenze continuative, concentrate in determinate aree e con un timbro quantico caratteristico.»
«Ha fatto addirittura una mappa?»
«Certo che ho fatto una mappa! Era la prima cosa da fare, valutare l’estensione del fenomeno, quindi correlarlo statisticamente con ogni possibile fonte locale: alta tensione, ripetitori, wi-fi cittadino, stazioni radio, inquinamento radioattivo…»
Cominciavo ad avvertire la stanchezza. «Ho capito il concetto.»
«Ebbene, in alcune zone c’è un entanglement permanente che proviene da un’unica realtà, o almeno da un unico sottogruppo di realtà. Non può essere altro che un fenomeno provocato e controllato. Dato che si concentra nelle capitali e nelle città più importanti dal punto di vista politico e strategico, è chiaro che si tratta di una invasione, di un attacco.»
Cercai di non lasciar trapelare nulla dall’espressione del viso. «Un’invasione di pensieri provenienti da un mondo alternativo?»
La mano di Mannix tremava. «Alcuni di noi sono controllati da lì. Vengono da noi e ci indossano come un cappotto di seconda mano. Non so ancora come, ma lo scoprirò.»
«Ma perché mai dovrebbero farlo, professore?»
«Ci ho pensato a lungo», gli occhi di Sua Quantità brillavano di una luce folle. «Vengono da noi per fare esperimenti. Disastri nucleari, guerre, grandi crisi finanziarie, inquinamento chimico: tutto quello che potrebbe mandare al diavolo il loro mondo lo provano da noi.»
Tentai un’ultima carta. «Dovrebbero avere una ragione per odiarci in questo modo!»
«Ma perché mai dovrebbero odiarci? Noi chi siamo per loro? Siamo ombre, possibilità scartate dalla storia. Dobbiamo identificarli e reagire, prima che la situazione peggiori ulteriormente.»
Ormai il quadro era chiaro: non c’era nulla che potessi fare per Mannix.
Posai la pistola con il silenziatore e fissai per qualche istante il cadavere del professore. Presi il telefono cellulare e chiamai il primo numero rapido. «Avevate ragione, aveva capito tutto», comunicai con voce piena di rimorso.
Peccato che non mi avesse dato altra scelta. Magari in un’altra realtà era andata diversamente. Chissà!

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