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Tre di Spade


La Luna dei Sogni

La Luna dei Sogni

di Andrea Marinucci Foa e Manuela Leoni

 

Tra le leggende che si raccontano a Vadhe, la perla nera della Costa, ce ne sono di davvero improbabili, di sconce, di fantasiose e di esagerate. Tra tutte, quella della Luna dei Sogni è certamente la più misteriosa: nessuno è mai riuscito a comprendere il senso di quello che accadde durante quelle quattro settimane oniriche, quali divinità vi fossero coinvolte e se gli eventi fossero in qualche modo legati all’assenza di Llana Barcarossa, Bran il Nero e Morlon l’Aquila, i tre eroi più famosi e i tre furfanti più famigerati della Costa – in quei tempi spesso le due qualifiche andavano a braccetto – che si erano dati alla pirateria qualche mese prima.

All’inizio nessuno ci fece caso. Gli abitanti della città, dagli onesti artigiani ai peggiori tagliagole, dai bambini coi calzoni corti fino agli stregoni centenari, che vivevano reclusi nelle variopinte botteghe attorno al Campo dell’Oscuro, di notte Sognavano. I sogni, come si scoprì solo qualche giorno dopo che il fenomeno ebbe inizio, erano tutti simili e vennero prontamente chiamati Sogni, con la maiuscola e con tutta l’enfasi dell’incredulo stupore che si riserva al soprannaturale. Ogni singolo abitante di Vadhe scendeva dal letto con l’animo colmo di gioia e poesia, un invidiabile senso di completezza e soddisfazione. Anche se nessuno ricordava i dettagli, il senso di pace interiore era tanto forte che molti approfittavano di una scusa qualsiasi per tornare a letto e sonnecchiare tutto il giorno. Quando non riuscivano a imboscarsi, affrontavano il lavoro quotidiano con il sorriso sulle labbra, rinvigoriti e insolitamente gentili. Dopo una sola settimana di Sogni, il governatore graziò i trentasette pirati che avrebbe dovuto far impiccare al porto quel mese, i mercanti e i bottegai pagarono tutte le tasse, facendo straripare i forzieri; gli osti smisero di annacquare il vino, i panettieri e i macellai rimisero a posto le loro bilance truccate, gli armigeri abbandonarono la pratica del pizzo, gli assassini si misero in aspettativa. I ladri chiedevano gentilmente un obolo ai passanti e lo ricevevano due volte su tre, mentre le prostitute intrattenevano i clienti leggendo gli splendidi versi della poesia erotica orientale e ricevendo in dono bracciali e collane di gusto raffinato, comprate su Via del Moro e pagate il giusto prezzo. I maghi e gli stregoni cominciarono a fare previsioni oneste e veritiere, perché ormai nessun cliente chiedeva di sottoporre qualche nemico a terribili fatture o pericolosi incantamenti.
A metà della seconda settimana, l’ippodromo del Parco del Cavallo organizzava concerti e spettacoli teatrali al posto delle corse; gli alcolisti e i drogati abbandonavano i loro vizi, perché ogni loro senso era appagato dai Sogni. I mercanti che passavano in città per affari ed erano abbastanza accorti da ripartire prima del tramonto, facevano fortuna perché nessuno aveva voglia d’imbrogliarli.

Poeti e filosofi discutevano spesso su come definire i Sogni: chi sottolineava il senso di armonica sintonia con l’universo, chi la leggera sensazione di volare libero nel cielo, chi ancora l’impressione di avere tutte le risposte a portata di mano.

Nella terza settimana il popolo di Vadhe si dedicò a ripulire l’intera città, rimettendo a nuovo le catapecchie di Covo e riparando le mura, là dove la malta si era sgretolata. Nobili, mercanti, puttane, assassini, contadini, mendicanti, santoni giravano per le strade armati di ramazza. I malati guarivano da soli, i carcerati si pentivano in massa e venivano prontamente liberati e riabilitati.

All’inizio della quarta settimana, Vadhe era irriconoscibile. Fu allora che gli stregoni lanciarono l’allarme: un grande pericolo minacciava la città. Una potente flotta sarebbe giunta al porto e avrebbe distrutto la perla nera della Costa. In quegli ultimi giorni di Sogni tutti i cittadini si impegnarono al massimo, lavorando alle navi della flotta in rada, fabbricando cannoni e polvere da sparo, forgiando spade e lance.

Quando la flotta nemica arrivò in vista della città, i vadhiani avevano alle spalle quattro settimane di Sogni ed erano pieni di vigore e determinazione. Le navi dalla vela nera che raggiunsero Vadhe provenivano da uno dei tanti regni del meridione e straripavano di fanatici urlanti, devoti a qualche oscura divinità del terrore. La flotta del ducato li spazzò via senza grande sforzo, subendo pochissime perdite. I festeggiamenti per la vittoria furono oscurati soltanto dalla consapevolezza che i Sogni erano ormai finiti. Qualche nume benevolo e ignoto aveva salvato la città con quel dono inaspettato e gli venne dedicato il nuovo tempio del Dio Ignoto, dove ancora oggi ogni anno si accendono candele profumate per ventotto giorni e ventotto notti. Naturalmente, dopo poco tempo Vadhe tornò ad essere la città fosca e corrotta che tutti conoscevano ed amavano.

Nel mondo degli Dei si seguì l’edificazione del tempio con una certa meraviglia. Il fatto che nessuno dei numi avesse previsto la Luna dei Sogni poteva dipendere soltanto da un qualche intervento divino. I numi possono vedere nel tempo e nelle possibilità, ma sono ciechi agli eventi che li riguardano, come spiega la Terza legge del Destino, secondo cui gli Dei sono onniscienti quando non sono onnipotenti e viceversa.

Orlo, dio delle taverne, stava bevendo un boccale di birra d’ambrosia con l’amico Osservatore, misteriosa divinità dalla testa di gufo, quando il nero signore Khdavsia, il nuovo dio della Morte del popolo meridionale dei Manvasi, si unì tristemente a loro.

Che i numerosi numi dell’aldilà fossero cupi non era certo insolito: gli Dei assumono l’aspetto e i modi di fare che i loro adoratori e i loro bestemmiatori gli attribuiscono. Tuttavia, Khdavsia più che cupo sembrava un gattino mezzo affogato. Orlo gli diede una pacca sulla spalla e gli porse un bicchiere di whiskey dorato.
“Cosa ti rende tanto triste?” gli chiese, con il tono comprensivo dell’oste.

“Non capisco. Proprio non capisco. Ho invaso il sonno gli abitanti di Vadhe con i peggiori incubi che un mortale possa sopportare per quattro settimane, affinché la città, stanca e sfiduciata, capitolasse sotto l’assalto dei miei adoratori. Dove ho sbagliato?”

“Non so quali incubi tu gli abbia mandato, ma hai ottenuto l’effetto opposto”, replicò allegramente Osservatore.

“Non capisco, proprio non capisco”, ripeté Khdavsia. “Ho dato loro la sensazione più terrificante di tutte.”

“Quale?” chiese Orlo.

“Quella che si prova in punto di morte”, spiegò l’altro.

Orlo non ebbe il coraggio di spiegargli l’errore; invece materializzò un secondo bicchiere di whiskey e lo porse al nume novellino.

 

© 2014 by Andrea Marinucci Foa & Manuela Leoni

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