La musica di Daighre

La musica di Daighre

di Manuela Leoni

Contea di Cork – 21 Giugno 2016 – Tardo pomeriggio.

Le mani nodose correvano sulle corde della piccola arpa di legno scuro, quasi avessero ritrovato l’elasticità della giovinezza. Le note limpide si spandevano nell’aria, la melodia si mescolava con il vento fresco che spirava dall’oceano, lontano, in basso ai piedi della scogliera.
L’uomo sedeva nell’erba, un mare di verde smeraldo ed erica intorno a lui: i capelli bianchi, lunghi, raccolti in una coda bassa, il viso di angoli e spigoli finalmente disteso, lo sguardo negli occhi grigi rapito e distante. La sua figura asciutta si stagliava contro il cielo azzurro solcato dal bianco delle nuvole, i jeans sdruciti leggermente bucati sulle ginocchia, la maglietta dei Led Zeppelin scolorita dal tempo che avvolgeva le sue spalle ancora muscolose.
La sera del solstizio d’estate si avvicinava e lui sentiva l’aria vibrare intorno a sé, all’unisono con le corde dell’arpa. Il piccolo cerchio di pietre nere alle sue spalle scintillava nel sole e lui sentiva la sua energia cercare di raggiungerlo. Quasi. Non ancora.
Era già stato lì. In un altro tempo. Un tempo in cui i suoi capelli avevano il colore delle pietre alle sue spalle. Un tempo in cui le sue mani non dolevano correndo sulle corde dell’arpa. Un tempo in cui il suo cuore era stato intero, la sua vita nelle sue mani, il mondo ancora un luogo magico da esplorare. Un tempo in cui le cose erano semplici e lui non aveva ancora visto oltre il Velo e perso il suo cuore e la sua anima in un sogno.
Non aveva più trovato il coraggio di tornare.
Aveva portato la sua musica in ogni angolo del mondo. Aveva avuto uomini e donne accanto a lui, alcuni per poco tempo, altri solo per il breve spazio di una notte. Con alcuni aveva condiviso un breve tratto di strada, ma il suo cuore non era più suo da donare, spezzato in frammenti lasciati oltre la soglia dei mondi.
I sogni lo avevano sempre tormentato: inizialmente di rado, poi sempre più di frequente con il passare del tempo, più intensi e oscuri nelle notti che non passava da solo.
Una voce, la sua voce, forte, melodica, incantatrice e possessiva: “Mio!” Gridava nella sua testa. “Mio! Il mondo non potrà mai averti per intero Daighre. Non importa quanto lontano andrai, quante strade percorrerai, in quanti corpi dei mortali cercherai l’oblio. Alla fine tornerai.
Daighre cantore dei mortali, Io sono Laeg dei Sidhe e tu mi appartieni!”
Negli ultimi tempi il sogno era stato così vivido che si era svegliato ogni giorno sudato, esausto, l’odore del Sidhe, dolce e pungente, nelle narici, le mani dolenti strette nell’aria vuota della stanza.
Dara O’Neill era stanco. La fama, il successo e la sua stessa vita sembravano scorrergli tra le dita come l’acqua, senza lasciare altra traccia che la sensazione di perdita e di freddo sulla pelle. Nulla sembrava più reale: il pubblico osannante, i teatri pieni, i dischi incisi, i corpi conosciuti. Tutto in quel luogo e in quel tempo non aveva importanza. La fine era vicina, lo sentiva. Ma la fine di cosa? Del sogno o della vita? Questo non sapeva dirlo.
Quando il sole cominciò a calare alle sue spalle Dara girò la testa, lo vide toccare il cerchio di pietre che iniziarono a brillare e a vibrare, quasi come se danzassero sulle note della sua musica. Respirò a fondo il profumo del mare, si alzò in piedi e, con l’arpa tra le braccia, raggiunse il centro delle pietre danzanti.
“Sono qui. Sono tornato.” Mormorò. La voce sottile come un filo di ragnatela.

 

Contea di Cork – 21 Giugno 1970 – Tardo pomeriggio

Il giovane arpista di Dublino aveva intrattenuto gli avventori del pub sperduto nella campagna irlandese; in cambio aveva ricevuto birra, whiskey e storie dei Faerie, creature magiche che abitavano quella terra da prima che comparissero gli uomini. Storie che la sua arte e la sua voce avrebbero trasformato in musica: già la sentiva, prepotente, tentare le sue mani, la forza creativa prorompente e imperiosa dentro di lui. Ma Dara O’Neill non era ancora pronto a lasciare libere quelle pulsioni, a immergersi nell’oblio in cui sarebbe caduto appena si fosse lasciato possedere appieno dall’energia che si agitava dentro di lui. Qualcuno, nel pub, gli aveva parlato delle Pietre Nere – o Pietre Danzanti – come gli abitanti del luogo chiamavano il cerchio di pietre poco distante dalla scogliera.
“Nei giorni delle antiche feste puoi sentire le pietre cantare al calar del sole, ma stai attento! Quel canto potrebbe rapirti.”
Lui aveva riso, aveva bevuto un lungo sorso della birra scura che gli avevano offerto e aveva attaccato a suonare un’altra canzone.
Ora il tramonto era vicino e Dara si avvicinava alle pietre, l’arpa stretta tra le braccia, la testa leggera per l’alcol, mentre una nuova melodia si insinuava nella sua testa. Raggiunse il cerchio di pietre e si sedette al centro, la melodia sempre più forte e chiara, arpe e liuti, flauti e campanelli, e strumenti a cui non sapeva dare un nome. Guardandosi intorno stupito vide il sole rosso del tramonto toccare le pietre, e le vide vibrare, quasi come se danzassero al suono della stessa musica che sentiva nella sua testa. Ma la musica ora era tutta intorno a lui, nella terra, nell’aria, nelle pietre, e nelle sue ossa, nei suoi muscoli, nei suoi tendini. Gli scorreva nelle vene, lo permeava, lo penetrava, lo possedeva.
La notte avanzava all’esterno del cerchio, poteva vederne l’orlo toccare le pietre, ma al suo interno la luce era calda, dorata. E non era più solo.
La creatura al suo fianco era l’uomo più bello che avesse mai visto: alto, flessuoso, i muscoli guizzanti sotto la pelle chiara e liscia. I capelli intrecciati, neri e lucidi, scendevano lungo la sua schiena, gli occhi verdi luminosi, penetranti e allungati, sembravano scrutargli l’anima. L’arpa vibrava da sola tra le sue mani.
“Daighre dei mortali, cosa cerchi sulle soglie del mio mondo?”
La voce che gli parlava era pura musica e incantesimo; lo avvolgeva come miele, lo intossicava. Gli occhi della creatura incatenavano il suo sguardo, l’aria intorno a lui lo ubriacava più del whiskey bevuto nel pomeriggio. Un brivido corse lungo la sua schiena al suono del nome pronunciato dall’altro uomo.
“Come mi hai chiamato?”
“Daighre. E’ questo il tuo nome nell’antica lingua.”
“Come sai il mio nome?”
“Io so molte cose mortale, anche se alcune preferirei non saperle, e altre ancora preferisco ignorarle.”
La creatura sorrise, e il sole sorse nei suoi occhi e sul suo viso.
Dara lo guardava rapito. Un’emozione nuova e sconosciuta crebbe dentro di lui, un’urgenza di toccare le mani lunghe e sottili, di stringerle, di assaporare le labbra rosse, piene, invitanti. Mai, prima di allora, aveva desiderato un altro uomo. Mai, prima di allora, aveva desiderato altro che la sua musica con quella intensità.
Gli occhi del Faerie, antichi e profondi, non lasciarono mai i suoi.
“E’ questo dunque il tuo desiderio Daighre? Ho ascoltato la tua musica. Ci sono cose dentro di te che mi chiamano con la voce antica della terra. La tua anima è musica. E la musica è mia. Capisci le conseguenze?”
“Sì.”
L’altro rise, un suono che fece vibrare la terra, una cascata d’argento.
“No, vedo bene che non comprendi. Ma vieni. In questa notte magica, ogni sogno è possibile.”
L’uomo si avvicinò, gli prese il viso tra le mani forti e sottili. La sua bocca aveva il sapore dell’estate, la sua pelle la freschezza dell’acqua sorgiva. Le sue mani accarezzavano il corpo dell’arpista e insieme divennero musica e passione, musicista e strumento. La notte li avvolse nel suo manto e insieme, i corpi uniti, mortale e faerie, diedero vita ad una melodia nuova e meravigliosa, legati per sempre in una nuova vita.
L’alba li colse nudi, abbracciati. Il soffitto di rami intricati sopra di loro lasciava filtrare la luce verde e dorata del Bosco d’Estate. La musica, la loro musica, risuonava nell’aria. Sotto di loro, un piumino di seta colore del cielo copriva il letto alto, di legno intrecciato in nodi infiniti.
Dara aprì gli occhi su quel modo incantato.
“Sto sognando”, si disse. Ma la sensazione della seta che lo avvolgeva e l’odore d’erba e d’estate che lo circondavano sembravano reali, così come gli occhi antichi e profondi che lo fissavano, le mani fresche sulla sua pelle.
“Devi scegliere amato”. La voce della creatura al suo fianco lo riscosse dai suoi pensieri. “La tua vita o la musica che abbiamo creato insieme.”
La paura lo avvolse. Le storie che gli avevano narrato – era stato solo la sera prima? – mettevano in guardia i mortali dal cedere alle lusinghe dei faerie. Non ci aveva davvero creduto il pomeriggio precedente, ma ora? Non solo aveva ceduto, aveva amato, corpo, mente e anima, la creatura incantata che ora gli chiedeva di scegliere. Ma scegliere tra cosa? Tra la vita e la morte? Gli occhi antichi lo guardavano pieni di tristezza. E di rabbia.
In piedi nel cerchio di pietre, nudo e bellissimo, la voce ora fredda come l’inverno, il faerie gli parlò di nuovo.
“Torna pure nel tuo mondo, mortale. Ma sappi che il dono, una volta elargito, non può essere rinnegato. Tu mi appartieni, da ora fino alla fine del tempo. E il tempo non esiste nel mio mondo.”
Dara si risvegliò nel cerchio di pietre, il cielo dell’alba scuro di nubi sopra di lui. Sulla sua arpa un intricato disegno di nodi correva su tutta la colonna, risplendendo d’argento, dove prima non c’era stato nulla se non le venature naturali del legno. Sul suo braccio, dalla spalla al polso, lo stesso intricato disegno di nodi d’argento componeva un nome: Laeg.

 

Contea di Cork – 21 Giugno 2016 – La notte del solstizio

La notte lo circondava: un tappeto ininterrotto di stelle nel cielo. L’aria fredda gli accarezzava il viso, i capelli, si infilava nelle pieghe dei suoi vestiti come le dita fresche di un amante. Il profumo dell’estate pervadeva i suoi sensi: miele e caprifoglio ed erba appena tagliata.
Dara si sdraiò sull’erba, gli occhi fissi nel cielo, colmi di luci e di lacrime.
“Sono tornato. Sono tornato.” Ripeté, come una supplica. Il vento sospirava intorno a lui, strappando note dolci alle corde dell’arpa, una nuova canzone che parlava direttamente al centro del suo essere: amore, dolore, abbandono, ricerca, attesa. Un’attesa infinita. C’erano voci nel vento e mani. Mani dolci, delicate, forti, esigenti. Le mani di Laeg nel vento.
Il tatuaggio sul suo braccio bruciava e brillava, argento vivo e guizzante nell’oscurità della notte.
Il buio avvolse i suoi occhi e i suoi sensi, una coltre nera che avanzava e copriva ogni cosa: suoni, luci, odori. Ma non portava pace. Sulle sue labbra un nome, sussurrato come una preghiera: Laeg.

Dara aprì gli occhi sotto un intricato tetto di foglie e rami, la luce verde e dorata illuminava il suo corpo stanco, un piumino di seta morbida colore del cielo era disteso sotto di lui.
Due paia di occhi allungati, antichi e profondi, lo scrutavano al lato dell’alto letto di legno intrecciato in nodi infiniti. Occhi verde smeraldo pieni di luce, soddisfatti, gli uni. Occhi grigi come il cielo d’inverno mescolati con l’oro dell’estate, curiosi, gli altri.
“Era tempo Daighre. Vieni. Vieni a conoscere nostro figlio.” La voce che gli parlava era pura musica e incantesimo; lo avvolgeva come miele, lo intossicava. La voce che gli aveva parlato tutta la vita nel sogno, la voce che lo avevo terrorizzato e poi sfinito, quella voce che ora gli dava pace.
“Nostro figlio?”
Gli occhi spalancati, pieni di meraviglia e di domande, corsero dal faerie che gli parlava all’altro, al suo fianco.
“Bentornato Padre” E la voce era un sussurro, una musica nuova, la voce di due mondi inestricabilmente intrecciati. Nessuna domanda, nessuna animosità, pura musica e incantesimo, ma un incantesimo diverso.
Il sorriso di Laeg era dolce “I Sidhe sono forze primordiali, mio amato. Nascono quando lo desiderano o quando il tempo lo richiede. La nostra unione ha creato la musica che hai portato nel mondo e il tempo, per nostro figlio, di nascere.”
“E’ passato così tanto tempo. Ho perso così tanto tempo…”
“Il tempo è un concetto umano, mio amato. Non esiste in questo mondo, non come lo concepisci tu. Nulla è perduto ora. Ma se tu dovessi di nuovo varcare la soglia, allora saresti perduto, per questo e per tutti gli altri mondi.”
Le lacrime riempirono ancora gli occhi di Dara.
“Sono stanco Laeg. E sono vecchio. Sono qui per riposare ancora una volta tra le tue braccia. Poi accoglierò con gioia il mio destino.”
Gli occhi verdi e quelli grigi sorrisero, poi le braccia dei due faerie lo avvolsero in un abbraccio fresco come l’acqua sorgiva e caldo come il fuoco delle colline fatate.
“Riposa.” Sussurrarono le labbra rosse dal sapore dell’estate, prima di posarsi sulle sue. “Riposa ora, mio amato. Hai così tanto da imparare ancora.”
Mani fresche e forti e gentili accarezzarono il suo corpo stanco, i suoi capelli candidi, il suo volto di angoli e spigoli.
Daighre chiuse gli occhi e si abbandonò nell’abbraccio dell’amante. L’unico essere che avesse veramente amato.

 

Contea di Cork – 22 Giugno 2016 – L’alba

L’alba del primo giorno d’estate toccò le pietre nere. Sull’erba bagnata, all’interno del cerchio, sedeva un giovane, i capelli scuri intrecciati con fili dorati, gli occhi grigio e oro intenti a fissare qualcosa che solo lui poteva vedere. Raccolse lo strumento ai suoi piedi, l’arpa dei suoi Padri meravigliosamente intagliata, si alzò e con un ultimo sguardo oltre il Velo, si incamminò verso il paese più vicino.
Il vento dell’estate cantava sottovoce il suo nome: Liam, Liam, Liam.
Colui che cammina tra i mondi.

 

© 2017 by Manuela Leoni – Zagarolo, 13 Luglio 2017