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Mito a Quattro Mani


racconti

L’Agenzia

L’Agenzia di Andrea Marinucci Foa “Con calma, signor Muller”, disse la segretaria, posandogli sul polso una mano dalle lunga dita affusolate. “Respiri profondamente, conti fino…

Quantanoia

Quantanoia di Andrea Marinucci Foa «È normale, con il lavoro che fa», gli dissi per rassicurarlo. Naturalmente il dottor Thomas Mannix non si rassicurò per…

La Chat

La Chat di Andrea Marinucci Foa John: “Ciao” Mary: “Oh, guarda chi si vede!” John: “Come va il lavoro?” Mary: “Pesante e penoso, come al…

su Sette Giorni di Follie

Tre nuovissimi racconti nel blog Sette giorni di Follie per il concorso letterario di Aprile.

Il Sogno di Nina di Manuela Leoni
La Luna dei Sogni di Andrea Marinucci Foa e Manuela Leoni
Indigestione di Andrea Marinucci Foa

Il Sogno di Nina è l’unico dei tre in concorso, quindi potete votarlo, se vi piacerà.
Per votare, commentate la pagina del blog, sotto al racconto, scrivendo “voto questo racconto”. Se volete aggiungere un secondo commento con una vostra impressione sul racconto, gli donerete un secondo voto.

Questo mese è in gara anche nostra figlia con:  Ballata in minore di Jill Parker!

NEW YORK 1911

NEW YORK 1911 di Andrea Marinucci Foa Il mio nome è Malone, Brendan Malone e vivo a New York. Amo questa città, e non vivrei…

L’Oscura Forfora delle Tenebre

Quarta puntata del demenziale fantathriller urbano.  Cambio rapido di scena: da New York l’insonne ci spostiamo sulle coste del Maine, al sorgere del sole.
Le puntate precedenti? 1 , 2, 3.

Atto Primo
Scena Terza

Ma no! Come faccio a sapere cosa c’era nella chiavetta! Sì, si parlarono. Un po’ di pazienza, per favore. Sto cercando di raccontare i fatti in un certo ordine. Lasciamo un attimo Tony nel parcheggio, perché a questo punto entrano in gioco…

La drakkar era poco più di una sagoma scura nel cielo che precedeva l’alba. La sua testa da drago marino spuntò all’improvviso, quando il disco del sole sbucò pallido dal mare. In silenzio, la grande imbarcazione si allontanò dalla costa a vele spiegate.
L’uomo aprì gli occhi solo allora, tastando il terreno intorno alla ricerca dei suoi occhiali. Li trovò quasi subito e fece per strofinarli sulla maglietta, quando si rese conto di indossare la pesante cotta di maglia. Li inforcò e vide confusamente, tra la sabbia e le ditate, la drakkar prendere il largo verso il sole. Impiegò qualche istante a rendersi conto che si erano dimenticati di lui.
“Oh no!” esclamò, alzandosi in piedi. Fece un gesto con entrambe le mani in direzione della barca. Poi cominciò a strillare e a saltare. La drakkar si allontanava tranquilla. Vista dalla spiaggia, la situazione sembrava surreale. Era arrivato in America dalla Scandinavia, effettuando la traversata che era stata attribuita ai vichinghi con i suoi amici del gruppo di rievocazione storica. Ed era stato dimenticato sulla costa, vestito da guerriero d’epoca. Si mise in testa l’elmo cornuto e recuperò lo spadone, quindi si guardò intorno. A parte i resti del fuoco non c’era nulla. I suoi compagni avevano raccolto persino le lattine vuote, ma avevano lasciato lui. Poco male, si disse confusamente: era biodegradabile. Poi si scosse, cercando di mettere in funzione il cervello. Solo soletto in una spiaggia del Maine, senza denaro, carta di credito, documenti, vestiti, telefono. Di sicuro Eric il Rosso avrebbe escogitato qualcosa. La prima cosa da fare era procurarsi… Cosa? Fuoco? Cibo? Vestiti? Birra? Forse sarebbe stato meglio evitare la birra, visto che la bionda bevanda aveva buona parte della responsabilità di quella situazione incresciosa.
Definirlo giovane era sicuramente esagerato. Bjorn aveva quasi trent’anni, anche se ne dimostrava qualcuno di meno. Era di media statura, con corti capelli color carota e dotato di una bella pancia da anfora greca. Anche il viso dai tratti regolari era cicciotto, e con le guance rubiconde dava l’impressione di scoppiare letteralmente di salute e allegria. Impressione che ora era rovinata dalla sequela di imprecazioni svedesi che sfrigolavano nell’aria del primo mattino.
S’incamminò rapidamente verso l’interno, con la pancia che ballava e il disperato bisogno di un caffè. Il sole ormai era sorto del tutto e Bjorn cominciava a rendersi conto della gravità della propria situazione, mentre cercava disperatamente un segno di civiltà. Procedendo per un paio di chilometri verso l’interno, vide in lontananza dei campi coltivati e udì il suono delle campane. Recitando un silenzioso ringraziamento a Odino, accelerò il passo senza badare allo spadone che ballava fastidiosamente, di traverso sulla schiena e agli anelli di maglia che gli si infilavano nella ciccia ad ogni passo. Ah, maledetti vichinghi masochisti! Che diavolo avevano contro i soffici giacconi di pelliccia?
Il villaggio, se davvero di un villaggio si trattava, era limitato a qualche casa rustica, una piccola chiesa e a un viale asfaltato con un emporio e parecchi fuoristrada parcheggiati. Poi, campi coltivati, campi coltivati e ancora campi coltivati.
Si avvicinò alla chiesa, lievemente imbarazzato per via del suo abbigliamento. Che chiesa era? Protestante? Cattolica? Probabilmente quella roba che si erano portati i padri pellegrini quando erano sbarcati nel Maine. Sì, quei tipi con i cappelli strani e i tacchini che ringraziano.
Stava sulla soglia della chiesa, con la porta socchiusa, tendendo le orecchie a quello che sembrava il sermone di un prete, e che probabilmente era il discorso del pastore. O quel che era. Per forturna Bjorn parlava un po’ d’inglese. Comunque lo capiva assai meglio di come lo parlasse. L’interno era poco illuminato e quindi dalla porta non si vedeva un accidenti.
“Alcuni di voi potrebbero pensare che il diavolo sia una metafora”, stava dicendo il pre… il pastore. “Ma è terribilmente reale, e se il gregge del Signore dovesse continuare questa vita peccaminosa delle città, un giorno egli busserà alle nostre porte, orrido e deforme mostro cornuto.”
Bjorn si arrestò a metà di un passo, portando la mano sull’elmo vichingo che aveva ancora in testa.
“Ops”, mormorò, mentre l’intera chiesa si girava a guardare la sagoma che entrava con il sole alle spalle.
Bjorn girò su se stesso e se la diede a gambe levate, mentre echeggiava il primo colpo di doppietta. Entrò in un fuoristrada blu mentre il secondo colpo passava qualche centimetro sopra l’elmo. Girò la chiave, che fortunatamente era nel quadro, e diede gas, lanciandosi in una partenza degna di una Ferrari di formula uno. Il terzo colpo infranse il vetro posteriore, ma lasciò lo svedese incolume, anche se visibilmente provato.
“Altro che Odino, qui c’è lo zampino di Loki!”

(continua)

Ritorno a Casa

Ritorno a Casa di Andrea Marinucci Foa Kor era un’immagine olografica spiaccicata su un monitor circolare. Ogni cosa lì intorno rispecchiava il pi greco. Kor…

“Quantanoia” in 7 Giorni di Follie

Il racconto integrale “Quantanoia” di Andrea Marinucci Foa disponibile per qualche giorno sul blog:
7 Giorni di Follie

L’Oscura forfora delle tenebre

Terza puntata del demenziale fantathriller urbano.  La prima parte è disponibile qui e la seconda qui.

Atto Primo
Scena Seconda

Se avete intenzione di chiedermi dove avvenne quell’incontro, tenetevi stretta l’intenzione e non fatemi certe domande: non ero presente e poi ci tengo alla pelle! Vi basti sapere che…

Il parcheggio sotterraneo era buio e puzzava. Tutti i parcheggi puzzano e se sono sotterranei sono poco illuminati, ma quel parcheggio sembrava più oscuro e puzzolente della maggior parte degli altri parcheggi. Visto che la guida Michelin non attribuisce stelline ai parcheggi sotterranei, dovrete fidarvi di quello che dico.
Tony e i suoi aspettavano davanti alla loro auto, un fuoristrada nero dall’aria costosa, e nell’attesa navigavano su Facebook sugli smartphone.
“Ehi, capo. Ti ho inviato una richiesta per Farmville. Mi serve aiuto per costruire il pozzo”, esordì Ricky.
Tony lo guardò con un’espressione omicida dipinta sul viso, poi scosse la testa e lasciò perdere. I suoi uomini avevano spesso incombenze che prevedevano lunghe attese. Farmville era pur sempre una distrazione meno pericolosa di Youporn.
“Buonasera”, salutò una voce maschile in lontananza. A una quindicina di metri, una figura in impermeabile era in piedi dietro i fari dell’auto, in modo da apparire indistinta, impossibile da riconoscere.
“E’ una bella serata, compare”, convenne Tony. “Vi ha mandato Peppino?”
“Peppino del ristorante”, precisò l’uomo in impermeabile.
“Quello sempre aperto”, aggiunse il mafioso.
“Va bene, allora tu sei davvero Tony Accesi”, annunciò l’altro.
“E tu sei proprio quel cretino che mi fa perdere tempo con queste stronzate delle parole d’ordine”, rise Tony. “Allora, coglionazzo, questi sono i miei uomini più fidati, Ricky e Martin. Svuota il sacco e dimmi in che cosa consiste il lavoro.”
“Dovresti mostrare un po’ di rispetto, sono io che pago”, protestò l’altro.
“Il rispetto non si compra”, sentenziò il boss. “Non ho tutta la notte a disposizione, e questo parcheggio non mi piace.”
“Non ti aspetterai che parli di affari in questo posto?”
“Ma se il posto l’hai scelto tu!” Tony sbuffò.
“Capo, lo posso sforacchiare? Solo un pochino”, gli chiese Martin, estraendo il ferro dalla fondina.
“Stai buono picciotto. Tieni, prendi il mio smartufone e vai a costruire il pozzo di Ricky.”
“Allora, uomo impermeabile, dov’è che andiamo a parlare?”
“Non parliamo affatto”, annunciò l’altro, lanciando un piccolo oggetto di plastica di fronte al boss. “Quella è una chiavetta USB: ci troverai le informazioni che ti occorrono per stabilire una comunicazione sicura con i miei capi. Una volta che le avrai lette con attenzione, dovrai distruggere la chiavetta. Posso fidarmi?”
“Ma che minchione sei?! Pure la chiavetta, adesso? Ti costerà un extra, farmi perdere tutto questo tempo.”
“Anche i muri hanno orecchie, Tony”, gli disse l’uomo, mentre saliva in auto. “Ricordati di distruggere la chiavetta.”
“Fanculo tu e la chiavetta”, lo salutò cortesemente il boss, mentre si chinava a raccogliere l’oggetto.

(continua)

L’Oscura forfora delle tenebre

Ecco, la seconda allucinante puntata del delirante thriller L’Oscura Forfora delle Tenebre. La prima puntata la trovate qui.

Atto Primo
Scena Prima

Era la notte tra il 21 e il 22. Del mese scorso, certo! Che razza di domande! Avete presente quel lungo ponte di ferro, dedicato a Robert F. Kennedy, che unisce il Queens con Manhattan? Bene, la nostra storia comincia lì.

Tony era un uomo alto e robusto, quello che si definisce tecnicamente un “armadio”. Aveva un passo leggiadro come quello di un ippopotamo ed era assai poco contento della piega che stava prendendo la conversazione. D’altra parte Tony era quasi sempre poco contento, il suo ruolo nella mafia newyorkese lo prevedeva da contratto.
I suoi ragazzi Ricky e Martin avevano quasi la sua stazza. Ricky era giovane, portava un berretto da baseball ed esibiva un sorriso poco intelligente. Martin aveva una cinquantina d’anni, era calvo e zoppicava leggermente per qualche antica e dimenticata ferita di gioventù. I due tenevano fermo un giovane dall’aria spaventata.
“Vedi, Frank, da noi i debiti vanno pagati”, spiegò il boss con raffinato accento italoamericano. Aveva seguito da poco un corso di perfezionamento e ora poteva usare anche le espressioni più contorte senza inciampare nella pronuncia.
“Ti prego, Tony! Dammi ancora 48 ore per trovare i soldi!”
“Fammi un piacere, Franky: smettila di implorare, che sennò mi fai commuovere e non mi piace piangere mentre getto le persone dai ponti.”
“Noooo!” Urlò l’altro, cercando invano di divincolarsi.
“Ti piace il bungee jumping, Frank?” Tony sorrideva impietosamente, mentre Ricky gli legava una fune alla caviglia. “Martin, rendiamo lo spettacolo pirotecnico!”
Lo scagnozzo rise e versò un liquido puzzolente addosso al malcapitato. Mentre lo buttavano giù dal ponte, Ricky gli avvicinò l’accendino al viso, trasformandolo in una palla di fuoco che cadeva urlante verso le scure acque del fiume.
“E’ sempre stata una testa calda”, commentò il boss, guardando dal parapetto. “Prende fuoco per una quisquillia!”
Ricky sorrise. “Che spettacolo! Un pendolo di fuoco! La corda ignu… ignigufa…”
“Ignifuga, testa di rapa!”
“Quel che è. E’ stata una bella idea.”
“Dove andiamo, capo?” chiese Martin, mentre si incamminavano verso la riva in direzione del Queens.
“Picciotti, andiamo a trattare con una famiglia davvero potente. Un po’ strana, visto che tratta certi affari solo a tarda notte, ma potente assai. Si tratta di una mucca ben pasciuta che aspetta soltanto di essere munta da noi.”
“Ci diamo al formaggio?”
“Zuccone, era una metafora! Ti ricordi dove abbiamo parcheggiato?”
“Non sapevo che le metafore si facessero con il latte, capo”, si scusò Martin. “Abbiamo parcheggiato da quella parte, vicino al distretto di polizia, che così non ci fregano la macchina.”

 

(continua)