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Louis Gitanes e il Signore dei Sogni


Il Sogno di Nina

IL SOGNO DI NINA
di Manuela Leoni

Il bosco odorava di resina, funghi e pacciame sotto la pioggia sottile. Il sentiero si snodava tra i faggi e gli abeti rossi, che avevano creato sul terreno un tappeto soffice e umido, dove era piacevole camminare.
Nina avanzava a passo lento, il K-way rosso come una fragolina di bosco, sullo sfondo degli alberi lucidati a nuovo dall’acqua. Conosceva bene quel sentiero, lo aveva percorso molte volte quell’estate, nel suo girovagare in quello che era l’angolo più verde e più piovoso del paese.
Tutto sommato una buona estate: molto trekking, molti libri, molte foto, molti krapfen. Molta tranquillità. Troppa.
Forse era per quello che aveva ricominciato a sognare. La sua mente era troppo riposata, troppo poco impegnata e aveva preso a divagare quando si rannicchiava sotto il piumino leggero, la finestra aperta all’aria fresca e odorosa della notte.
Di solito non dava troppo peso ai sogni, frammenti spezzettati di un film diverso ogni notte. Di solito.
Ma quel sogno era diverso. Si ripeteva ogni notte, tutte le notti, da giorni. Il sentiero nel bosco, lo chalet sul lago e Quel ragazzo. Gli occhi che ridono e si incontrano. Il mondo che cambia verso. Le mani che si allacciano.
All’inizio non ci aveva fatto troppo caso. Insomma, piacevole, ma di certo frutto delle troppe letture romantiche o dell’aria sottile che la faceva sentire leggera.
Ma il sogno si era ripetuto, puntuale come un orologio svizzero, quasi un’ossessione. Aveva riconosciuto il luogo, un piccolo, perfetto, lago alpino circondato dalla quinta delle montagne e lo chalet che vendeva cibo e birre ai turisti a prezzi non troppo esosi.
Quella mattina si era svegliata in preda ad un senso di urgenza, mai provato prima. Sentiva che quello era un giorno particolare. Doveva andare. Ora. La giornata non aiutava: l’estate volgeva al termine e le giornate piovose erano più frequenti di quelle assolate e lustre, con l’aria tersa e brillante che la facevano cantare da sola – what a glorious day! – come se fosse in un vecchio film americano. No, quella mattina una sottile tenda argentata di pioggia disegnava perline sottili sul vetro della finestra e le nuvole basse avvolgevano il mondo, nascondendo i monti e i boschi circostanti. Si era detta che era una pazzia, che il tempo faceva schifo e che per arrivare al lago si sarebbe inzuppata dalla cima dei capelli alla punta dei calzini.
Aveva preparato il caffè, aperto il libro sul tablet e si era infilata di nuovo sotto il piumino. Niente da fare. Non riusciva a stare ferma. Non poteva ignorare il richiamo del sogno.
Così adesso avanzava lenta sul sentiero, i capelli arcobaleno ammassati per l’umidità sotto il cappuccio rosso, le calze e le scarpe zuppe, un unico pensiero in testa: “Devo essere pazza!”
Il lago spuntò alla fine del bosco, le acque solitamente trasparenti scure come il vetro verde delle bottiglie.
Lo chalet era appena più avanti, vicino alla riva. Nina allungò il passo, era fradicia e cominciava a sentire freddo.
Sotto la tettoia di legno non c’era nessuno e Nina si sedette lentamente ad un tavolo.
”Portami una birra” disse al ragazzo dietro al bancone, occupato con qualcosa sulla griglia.
Guardò a lungo verso l’acqua, assorta nei suoi pensieri.
“Almeno ha smesso di piovere!” La voce accanto a lei la strappò al suo fantasticare. Lui era lì.
I capelli scuri che si arricciavano sotto al collo, gli occhi azzurri e dorati che sembravano rischiarare la giornata.
Il ragazzo si sedette di fronte a lei, senza aspettare un invito.
”Cosa ci fai qui con questo tempo?”
“Ho seguito un sogno. E tu?”
Gli occhi azzurri risero mentre la scrutavano “Ho seguito l’odore delle salsicce alla brace!”

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