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Mito a Quattro Mani


Note di Sogno

Note di Sogno
di Manuela Leoni

Le note si spargevano nell’aria fresca della notte, creando spirali fantastiche che si intrecciavano alla brezza e al profumo intenso del gelsomino. In piedi, sotto la luce della luna, l’uomo era di nuovo alto e dritto, pieno di fascino come doveva apparire tanti anni prima sotto le luci potenti che lo illuminavano sui palcoscenici dei più importanti teatri del mondo.
Le dita correvano ancora sorprendentemente agili sul manico del violino, l’arco creava incanti sulle corde tese, un’aura magica sembrava circondarlo illuminando i capelli candidi, il viso segnato, gli occhi stanchi di chi ha vissuto troppo a lungo da solo.
La musica era stata la sua vita, la sua amante gelosa che non aveva lasciato spazio a nessun’altra. Ora suonava da solo, su una terrazza affacciata sul mare con il lento sciabordio delle onde a fargli da contrappunto. L’aria della notte era fresca dopo la calura del giorno, fresca come le mani morbide che lo avevano accarezzato in una notte sorprendentemente uguale a quella, così lontana nel tempo; delle tante donne che aveva incontrato, delle tante donne che aveva avuto, soltanto di lei serbava un ricordo così vivido, l’unica donna che avesse mai pensato di seguire. L’unica donna che non aveva voluto seguirlo.
La musica creata dalla perfetta armonia tra lui e il suo strumento lo avvolse, trasportandolo lontano nel tempo. La leggenda che avvolgeva il pezzo gli sembrò quasi vera: per quale altro motivo la sua immaginazione gli faceva rivedere gli occhi brillanti di Helena, i suoi capelli scuri come la notte, le curve sinuose del suo corpo, persino il suo profumo persistente di gelsomino e legno di sandalo? Suonava, e l’arco correva veloce sulle corde, i movimenti precisi e ritmici, come i loro corpi avvinghiati che si muovevano davanti ai suoi occhi.
In un angolo poco illuminato dalle lanterne disseminate sul terrazzo il ragazzo sedeva silenzioso, ascoltando la musica e osservando l’uomo che aveva cercato per gli ultimi sei mesi.
Tutto quello che aveva di lui era la sua firma sul programma di un concerto di 25 anni prima, una foto sbiadita che lo ritraeva al fianco della splendida donna che era stata sua madre e una lettera in cui pregava Helena di ritornare, che avrebbe smesso di girare il mondo, che avrebbe persino smesso di suonare. E c’era quel brano di Tartini che sua madre ascoltava sempre, nell’incisione della Royal Philharmonic Orchestra, violino solista Daniel Huges, che era lo stesso nome che compariva sul programma autografato. Lei non ne aveva mai parlato, ma dopo la sua morte Albert aveva cercato di ricomporre i frammenti che costituivano la sua vita prima che lui nascesse. Non era stato facile. Per qualche oscuro motivo non ne aveva mai voluto discutere, e alle domande insistenti di Albert, su chi fosse suo padre e che fine avesse fatto, lei gli rispondeva che era figlio del sogno.
Ma ora era lì, e lo osservava. Ora era lì e lo ascoltava suonare e quasi riusciva a capire perché sua madre fosse fuggita da quella forza: ma lui la beveva, assetato. Lo ristorava, lo nutriva, come niente altro aveva potuto fare prima.
L’uomo che aveva cercato per tutta la vita. L’uomo sulla foto di sua madre. L’uomo che, smesso di calcare le scene di mezzo mondo, si era ritirato in un esilio dorato e quasi irraggiungibile.
Aveva pagato, pregato, cercato e persino scalato la scogliera sotto la terrazza per arrivare fino a lui.
Perché Albert lo sentiva: quello era suo padre. I frammenti avevano composto un quadro, ed aveva il suo volto.
Daniel finì di suonare e tolse delicatamente il violino dalla spalla. C’era qualcosa di Helena nella notte, poteva sentirlo nelle note che ancora riverberavano dentro di lui.
Albert si alzò in piedi lentamente, avanzando verso il violinista. Camminava cauto, timoroso di essere scacciato, timoroso di essere riconosciuto, timoroso di spaventare l’uomo che aveva tanto sognato di incontrare. La luna gli illuminava il viso, gli occhi brillanti come stelle, i capelli scuri come la notte.

Fu allora che Daniel lo vide, ma preso dal suo sogno gli parve di scorgere Helena venire verso di lui, così la chiamò. Albert avanzò nella luce, sentendo il nome di sua madre. Più si avvicinava, più Daniel poteva vederlo e di certo si accorse che non era Helena, ma un ragazzo che le assomigliava in modo sorprendente. Tranne le mani. Le mani erano le sue. Lunghe dita nervose, adatte a danzare sulle corde, le unghie squadrate tagliate cortissime, persino la piccola voglia a forma di foglia sul dorso della mano destra. Sentì il mondo capovolgersi, mentre si rendeva conto che stava guardando le mani di suo figlio. Non sapeva cosa fare. L’unica cosa che conosceva era la musica, l’unico linguaggio che sapeva parlare; l’unica donna che avesse mai voluto lo aveva lasciato perché il mondo non perdesse la sua musica, ma ora il fato stava pareggiando i conti. Parlò dell’unica cosa di cui sapeva parlare.
”Sai suonare ragazzo?”
”Sì”
Daniel tese il violino al figlio.
Albert lo prese, mentre le loro mani, identiche, si sfioravano. Posizionò il prezioso strumento sulla spalla, guardò suo padre negli occhi e cominciò a suonare.
La magia della musica li avvolse entrambi, legandoli insieme, in un groviglio stretto al profumo di mare e gelsomino.
Le parole sarebbero venute dopo. A volte tutto quello che serve ad un sogno per prendere vita è la musica giusta.


Il pezzo suonato dai due violinisti è la “Sonata per violino in Sol minore” di Giuseppe Tartini, nota come “Il trillo del diavolo”.
L’ispirazione per il racconto mi è venuta da “Caruso” di Lucio Dalla.

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