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Tre di Spade


La Prova del Druido

La Prova del Druido

di Andrea Marinucci Foa e Manuela Leoni

 

Delle disavventure di un allievo scapestrato in­tenzionato a superare un esame a pieni voti. Della involontaria profezia di una giovane don­na dai capelli color miele. Di stravaganti numi che saccheggiano i mondi alla ricerca di storie per il loro divertimento.

 

 

Nel mutevole, colorato e caotico mondo degli Dei pochi erano i punti di riferimento stabili e certi. Oasi di ordine in una mare in tempesta, la taverna di Orlo era sempre uguale a se stessa, piena di numi, spiritelli, ninfe e immortali. Lì fervevano le tre attività preferite degli Dei: litigare furiosa­mente, discutere indefinitamente e vantarsi irrefrenabil­mente. Ma come spesso accade in consessi fortemente ispirati dallo spirito (sia esso alcolico o santo) a un certo punto la confusione si spegneva e il silenzio prendeva il sopravvento. Allora, come se ci fosse stato un segnale prestabilito, gli avventori si trasformavano in pubblico e l’oste tesseva le sue storie.

Perché Orlo non era solo il Dio degli osti e dei tavernieri, ma il nume tutelare dei cantastorie, dei bardi, dei teatranti e degli scribacchini. E quella sera aveva preparato una storia fuori dall’ordinario.

 

 

Llangan era uno degli insediamenti dell’immensa fo­resta che si estendeva dal ducato verso l’interno, fino alle dolci colline delle Terre della Corona. Come tutti i villaggi del Regno del Gunner, sorgeva intorno all’osteria, un edificio antico e squadrato di solida pietra tra le casette di legno profumato dai tetti spioventi, dalle verande e dai balconi coperti di rampicanti e fiori colorati.

Il giovane che entrò nell’osteria aveva vestiti laceri e il viso sporco di terra. Il suo non era l’aspetto di uno spaventa­passeri, ma quello di uno spaventapasseri particolarmente male in arnese. Con un sospiro di beatitudine, si sedette a un tavoli­no e fece un cenno alla cameriera, una donna bionda di mezz’e­tà con un grembiule rosso.

«Benvenuto al Cinghiale Grasso, ragazzo.»

«Sidro, per favore», gracchiò. Poi si schiarì la voce. «Non un bicchiere, una caraffa!»

La donna rise. «Perduto nella foresta?»

«No, nient’affatto. So benissimo dove mi trovo, anche se al momento mi sfugge il nome di questo villaggio.»

«Llangan, del distretto di Kermenol». La donna riempì una brocca dalla grande botte accanto al bancone e la portò al fore­stiero insieme a un boccale di metallo.

Dopo aver bevuto avidamente la prima pinta di sidro, il ragazzo tirò fuori dalla tasca della sudicia tunica un foglio di carta accurata­mente ripiegato e lo aprì sul tavolo. «Llangan, eh. Ah, eccolo qui. Esattamente dove dovevo arrivare!»

La cameriera fissò il simbolo sulla carta con interesse. Rappresentava la tradizionale triskell in una corona di fiori. «Vieni dal cir­colo?»

Il giovane annuì. «Sì, ma sono solo un allievo druido. Ecco, di solito ho un aspetto un po’ più curato, almeno quando non vago per la foresta da solo per giorni interi. Mi chiamo Bran.»

La donna lo fissò per un istante con intensità. «Non passa­no spesso dei druidi da queste parti.»

«Sono in pochi e la foresta è grande.»

«Visto che sei qui, Bran…»

Il giovane stava cercando di chiudere la carta, senza gran­de successo. «Chi inventerà la mappa che si ripiega da sola farà un galeone intero pieno di soldi. Scusami, stavi dicendo?»

«Quasi tutti gli uomini di Llangan sono in cerca di Eithne. È scomparsa tra ieri sera a stanotte e i suoi genitori sono dispera­ti.»

Bran alzò la testa e la fissò con attenzione. «Una bimba in pericolo?»

«Una ragazza», precisò la cameriera.

«Per gli Dei!» Bran ripiegò la cartina alla meno peggio e la mise in tasca. Svuotò un secondo boccale di sidro e si alzò. «Dovrei mangiare qualcosa, ma non c’è tempo da perdere! I membri del circolo sono sempre pronti ad aiutare le persone in difficoltà. Dove posso trovare la squadra impegnata nelle ricer­che?»

«Ti indicherò la strada, ma lascia che ti prepari una focac­cia con un pezzo di formaggio da mangiare strada facendo.»

«Se non è di troppo disturbo», rispose cortesemente il ra­gazzo.

Mentre la cameriera tagliava la focaccia, Bran socchiuse gli occhi con espressione calcolatrice. Sapeva che la prova sul campo, che i suoi insegnanti preparavano come valutazione fi­nale del terzo anno, comprendeva spesso un’impresa simulata. Certo, non si aspettava che al circolo possedessero il talento ar­tistico necessario per mettere in piedi una recita come quella: evidente­mente li aveva sottovalutati. Avrebbe certo ottenuto il massimo dei voti, per la prima volta da quando era stato accettato come allievo. Se la cavava piuttosto bene con la scherma, i giochi di prestigio e con le risse da taverna, attività solitamente precluse ai severi guardiani della foresta, ed era un vero disastro con le arti magi­che, ma in una prova di quel tipo contavano soltanto i risultati.

 

Bran seguì le indicazioni della cameriera e non impiegò molto a trovare il gruppo di boscaioli e pastori che si agitava freneticamente per la foresta.

«Fermatevi», intimò loro il giovane. «Così confondete sol­tanto le tracce!»

Uno dei boscaioli, un uomo piccolo e completamente cal­vo, lo guardò un istante. «Sei del circolo?»

Bran si presentò e raccontò brevemente quanto gli era sta­to riferito al Cinghiale Grasso. «Per aiutarvi nelle ricerche mi occorre qualche informazione, se possibile dettagliata.»

«Che vuoi sapere?» Il boscaiolo calvo sembrava intenzio­nato a cooperare. «Eithne è una ragazza bionda più o meno del­la tua età, ha un vestito azzurro ed è stata vista l’ultima volta nel tardo pomeriggio di ieri. Stamattina i suoi genitori hanno scoperto che non era tornata a casa a dormire e hanno dato l’al­larme.»

«Nient’altro?»

«È un tipo strano. Legge i fondi del tè e predice la sorte, ma per il resto è una brava ragazza. Non è il tipo che scappa nella foresta con un amante, se è quello che volevi sapere.»

«Digli degli stranieri», intervenne un pastore barbuto agi­tando un grosso bastone.

«Sì, nella zona sono stati visti tre tizi strampalati, vestiti di nero e armati fino ai denti.»

Bran era perplesso. «Armati?»

«Così dicono», si schermì il boscaiolo. «Qui non si perde mai nessuno. Oh, insomma! Non è per nulla difficile fare due più due: compaiono degli stranieri e sparisce una bella ragaz­za.»

«D’accordo, adesso accompagnatemi nell’ultimo posto dove è stata vista la giovane.»

 

Bran impiegò parecchio tempo per trovare qualche traccia. Al confine occidentale di Llangan, che non era molto distante dalla casa di Eithne, si imbatté infine nell’indizio che stava cercan­do. Erba calpestata e più avanti orme in un vecchio orto: un gruppetto di uomini e una serie di orme più piccole, quel­le di una donna o di un ragazzino.

Lasciò i soccorritori al villaggio e proseguì da solo, se­guendo le tracce per poco meno di un’ora senza grande sforzo. Era facile, quando si sapeva quali indizi cercare: un piccolo gruppo di persone che attraversa la foresta calpesta il sottobosco, spez­za i rami e lascia orme nella terra e nel fango. Si affacciò cauta­mente nella radura alla fine della pista e li vide accampati sul­l’erba. Tre uomini con una ragazza dalla lunga capigliatura co­lor miele e le braccia legate dietro la schiena. Due degli uomini erano grandi e grossi, vestiti di cuoio e armati mentre l’ultimo era più anziano e magro come un chiodo. Aveva una grigia bar­betta caprina, l’aspetto diabolico di uno stregone da fiera e indossava un giu­stacuore nero con bottoni d’argento che il giovane fissò a lungo con una certa invidia.

Bran sorrise divertito: il truccatore che il circolo aveva assoldato si era lasciato prendere la mano. Per un istante fu incerto se tornare indietro e portare alla radura una squadra che circondasse e prendesse di sorpresa i rapitori oppure se intervenire da solo: quale reazione gli avreb­be garantito maggiore punteggio?

Quindi si decise. Al diavolo! Avrebbe fatto l’eroe e stupito l’intero circolo con la sua interpretazione. Si mosse con cautela di fianco, restando nascosto dietro gli alberi e portandosi alle spalle del terzetto. Sguainò il pugnale e lo soppesò un istante. Era poco più di un coltello, ridicolo in confronto agli stocchi che portavano i due massicci attori in nero. Se voleva davvero impressionare i suoi insegnanti avrebbe dovuto trovare un pia­no credibile per salvare la pulzella. Avrebbe potuto improv­visare un arco rudimentale, ma avrebbe impiegato troppo tempo.

C’era un incantesimo che accecava temporaneamente gli avversari, come accadeva a chi guarda troppo a lungo il sole. Come dia­volo erano le parole che doveva mormorare tra sé? Dannate frasi arcane! Le uniche che gli tornavano in mente erano quelle per evocare la nebbia e non era molto credibile un improvviso banco di nebbia in un pomeriggio di sole.

Non aveva tempo, visto che il suo ingresso in scena era at­teso: lo stregone barbuto stava recitando una litania, alzando un’asta di ferro verso il cielo con aria teatrale. La ragazza stril­lò quando la punta del ferro divenne magicamente rovente, come se fosse stata lasciata a lungo nel fuoco; quello fu il mo­mento in cui la nebbia di Bran salì rapidamente dal terreno e li avvolse tutti.

Il giovane si mosse con passo felino. Aveva fissa nella mente la posizione dei suoi tre “avversari» e arrivò con precisione asso­luta alle spalle di uno degli spadaccini. Estrasse rapidamente lo stocco che questi portava alla cintura e si tolse di mezzo prima che l’uomo potesse reagire. Ogni suo movimento era calcolato, a differenza di quello dei due bestioni che lo cercavano alla cieca, finendo per inciampare l’uno nell’altro.

«Ora basta», grugnì lo “stregone”. Bran, dalla sua posizio­ne, vide il braccio sinistro del vecchio emergere dalla nebbia. Alla mano aveva un grosso anello con un rubino che brillava come un sole al tramonto. Lo “stregone” pronunciò due parole piene di consonanti e la nebbia scomparve rapidamente come era apparsa. Subito si accorse del giovane intruso che si era messo tra lui e la ragazza.

Bran gli sorrise con impudenza. Lo stocco che aveva sot­tratto alla “guardia” era puntato alla gola del vecchio. Si schiarì la voce. «O vili furfanti, avete compiuto una nefandezza di troppo», recitò. «La foresta è protetta dal circolo druidico e se volete aver salva la vita, è d’uopo che ritorniate sui vostri passi e lasciate questo territorio ora e per sempre!» Poi gli strizzò l’occhio. «Complimenti, davvero buona come interpretazione!»

Il volto dello “stregone” era paonazzo. Buttò a terra il fer­ro rovente e fece un passo indietro, ma Bran lo seguì con lo stocco puntato alla sua gola e un sorriso sulle labbra, che cadde improvvisamente quando venne attaccato dal secondo uomo in nero.

Scansò appena in tempo la punta della spada e si mosse di lato istintivamente, facendo sì che lo “stregone” si trovasse in mezzo. Fece un affondo verso la gola del vecchio, che si get­tò indietro d’istinto sbattendo contro la “guardia”. I due ruzzo­larono a terra, imprecando sonoramente. Bran recuperò il se­condo stocco poco prima che la “guardia” che aveva disarmato in mezzo alla nebbia potesse accorrere ad aiutare i compari.

Lo “stregone” si rialzò furibondo. Aveva un occhio pesto e l’elegante giustacuore nero e argento era strappato in più punti. «La pagherai cara!»

Bran si strinse nelle spalle. «Il gioco finisce qui. Ora pote­te andarvene.»

Il vecchio alzò le mani raccogliendo la concentrazione. Quindi si guardò allarmato la sinistra e poi cercò con lo sguar­do sul prato, lì intorno.

Il giovane gli mostrò la sua destra. «Cerchi questo, amico?»

L’anello con il grande rubino era al suo indice. Certi gio­chi di mano potevano essere poco ortodossi, ma avevano un loro senso pratico. Agitò entrambi gli stocchi e ripeté il cortese invito. «Toglietevi dai piedi, il gioco è finito!»

 

 

«Che esagerazione, guarda che segni!» Bran scosse la testa con disapprovazione esaminando i polsi di Eithne. I due si erano fermati a bere al torrente e il giovane ne aveva approfittato per curare le ferite della ragazza con un panno intriso di un olio che portava nella bisaccia.

«Mi avrebbero lasciato ben altri segni, se non fossi arriva­to tu! Stavano per fare qualche sortilegio immondo con quel ferro rovente. Cosa c’è in quell’olio?»

Bran sorrise. Era proprio vero: gli esami non finivano mai. «Una pianta che viene dal sud, si chiama aloe». Poi cam­biò argomento con disinvoltura. «Non credo che quei tre daran­no più fastidio a qualcuno, in questo distretto!»

«Non so come ringraziarti. Io mi chiamo…»

«Eithne. Mi hanno informato al villaggio. Io sono Bran, al­lievo del circolo.»

«Bran lo Spadaccino?»

«Non sarebbe appropriato.»

La ragazza gli sorrise. «Bran è un nome troppo corto, do­vrai lavorarci su.»

«Mi verrà in mente qualcosa.»

Ripresero il cammino verso il villaggio, mano nella mano e l’umore del ragazzo raggiunse vette eccelse.

«Bran il Nero», propose Eithne, quando erano già in vista le prime case. «Lo spadaccino delle foreste dalla chioma corvi­na. O il pirata gentiluomo, forse.»

«Sarebbe divertente, vero?» I suoi occhi verdi ammicca­vano carezzevoli. «Magari con un giustacuore come quello del­lo stregone e uno stocco alla cintura. Ma i druidi vestono di bianco e non cercano l’avventura. E tu cosa farai?»

«Tutta questa faccenda mi suggerisce che sarei più al sicuro studiando in una città, Yleves o persino Vadhe. Il talento va coltivato con cura, oppure causa molti guai.»

Bran guardò lo stocco che aveva assicurato alla cintura in un fodero improvvisato e posò la mano sull’impugnatura. C’era una lezione nascosta nelle parole della ragazza?

Si fermarono prima di entrare in paese. La giovane gli ap­poggio la testa sulla spalla, inebriandolo con l’odore dei suoi capelli. «Resta al villaggio questa notte», gli sussurrò.

 

Al villaggio, Bran apprese che i tre “rapitori” erano stati gentilmente accompagnati fuori dal confine del distretto dai pa­cifici abitanti di Llangan, armati di forconi e bastoni da pastore, il che costituiva l’epilogo perfetto della messinscena. Restava soltanto la festa finale, che fu la parte più ardua della prova. Bran rifiutò con modestia i regali che ricevette. Bevve sidro e danzò una giga, ascoltò gli elogi del capo dell’alle­gra comunità, l’oste del Cinghiale Grasso, che parlò senza sosta per quasi un’ora. Al banchetto fu obbligato a sedere accanto all’oste, che continuò la sua recita fino al sorgere della luna.

«Mai vista in tutto il distretto un’impresa come questa!» si complimentò, riempiendo con mano professionale il boccale di Bran.

«L’evocazione della nebbia è stata una mossa affrettata», lo contraddisse il giovane. «Non c’era abbastanza tempo per trovare un piano migliore, ma in fondo è andata bene lo stesso.»

«Quanto tempo ti fermerai?»

Bran lanciò un’occhiata di intesa a Eithne, che sedeva di fronte. «Ripartirò domani mattina. Forse domani pomeriggio. Devo fare rapporto al circolo e non posso trattenermi più a lun­go.»

All’ennesimo brindisi, Bran sentì una mano intrecciarsi prepotentemente alla sua e venne strappato alla festa dalla bionda giovane che aveva “salvato”. Probabilmente avrebbe perso qualche punto per aver accettato quella “ricompensa”, ma ne sarebbe valsa la pena.

 

 

Solo nel tardo pomeriggio, Bran raccolse la sua bisaccia e si incamminò. Giunto alla fine del villaggio si guardò indietro con un sospiro di rimpianto. Sarebbe rimasto volentieri qualche giorno, ma doveva tornare al circolo e farsi assegnare il pun­teggio finale. Quando si voltò di nuovo vide un uomo corpu­lento e barbuto in tunica verde che gli stava venendo incontro dal sentiero. Portava al collo il simbolo del circolo in argento.

«Sei tu l’allievo Bran?» chiese con voce calda e profonda.

«Sì, certamente. Sei un messaggero del circolo?»

L’uomo non rispose. Tirò fuori dalla bisaccia una rudi­mentale parrucca bionda e se la mise in testa. Poi fece un sin­ghiozzo teatrale e si lasciò cadere in ginocchio.

«Buon signore», esordì con voce in falsetto «Aiutate una povera bambina a trovare il suo amato cane perduto nella fore­sta!»

Bran si grattò la testa perplesso. «Ma che diavolo…»

«Stupido, è la tua prova!» gli sussurrò l’altro.

Bran guardò l’anello col rubino che portava al dito e poi l’uomo in ginocchio con la parrucca e quindi di nuovo l’anello. La mano gli tremava. Inspirò profondamente due volte per ri­trovare il controllo, quindi riportò l’attenzione all’attore barbu­to.

«D’accordo, biondina. Andiamo a cercare il tuo cagnoli­no.»

 

 

Alla fine del racconto, Orlo si sedette compiaciuto sul bancone. Qualche nume si attardava ancora nel locale, assa­porando l’eco della storia.

«Questa non te l’avevo mai sentita raccontare», disse Harnok, avvicinandosi all’oste. Il grande signore dei ghiacci aveva l’aspetto che i suoi adoratori delle altissime montagne d’oriente gli avevano conferito nei loro idoli, quel­lo di uno scimmione azzurro, nudo e particolarmente dotato.

Orlo si strinse nelle spalle. «L’ho trovata da poco e la te­nevo da parte come una bottiglia pregiata, per una bella serata d’esta­te.»

«Ma tutti noi possiamo vedere nel tempo e nello spazio le storie dei tuoi buffi mortali del Gunner, e con i nostri stessi oc­chi. Perché mai prendersi la briga di raccontarle nella tua divina osteria?»

Orlo gli porse una birra ambrata. «È difficile da spiega­re.»

«E come finì la storia?»

«Eithne e Bran si rincontrarono a Vadhe due anni più tar­di. La ragazza era a bottega da uno stregone delle isole ester­ne, mentre il ragazzo era già diventato Bran il Nero, spadacci­no e avventuriero. Ebbero una relazione di qualche mese, poi lei partì per terre lontane.»

«Triste», sospirò Harnok, battendo il boccale vuoto sul bancone.

Orlo sorrise e lo riempì con un gesto distratto. «Perché ti sei preso la briga di chiedermelo? Potevi guardare tu stesso.»

Il Dio dei Ghiacci lo fissò interdetto. Poi annuì. «Ho capi­to: una storia ha bisogno di un narratore.»

 

© 2016, Andrea Marinucci Foa & Manuela Leoni