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La Foresta degli Incanti


Il Prologo di “Seconda Vita”

Prologo

 

C’è un momento così nella vita di ciascuno di noi. Il destino ci pone di fronte un bivio e, davanti alla strada che porta a un futuro inaspettato, ci sentiamo come divisi a metà. Nel mio caso non era una metafora: il bivio era un bivio e la strada una strada.

Un attimo prima di sceglierla, potevo avvertire entrambe le vite, possibilità per nulla astratte, dipanarsi all’unisono e sovrapporsi in una follia sensoriale. La strada che ho imboccato portava qui. Non direttamente in questa taverna cadente, ma a Vadhe.

Potrei dirvi che la mia storia è iniziata quel giorno, ma non è del tutto esatto. In un certo senso, quello è stato il primo giorno della mia seconda vita, ma il peso di quella precedente non mi è stato sollevato magicamente dalle spalle.

 

Versate quel dannato rhum, se volete che prosegua: raccontare mette sete.

 

Il mio nome è quello dei fiori che ornano i giardini d’oriente, quello del profumo afrodisiaco e dei carmi dei poeti. Lo uso raramente, perché non mi si addice. Jasmine. Gli amici mi chiamano Jase, i nemici evitano accuratamente di chiamarmi e per i passanti sono soltanto una donna dal volto esotico che non sorride mai. Per coloro che mi guardano in viso, almeno.

I giovani del mio popolo quando giungono tanto a ovest lo fanno come schiavi. Se sono dotati del potere finiscono nelle mani dei trafficanti di maghi, un destino inesorabile che inghiotte tanti viandanti. La guerra e la fame ci spingono a occidente, ma non è tanto la ricerca consapevole di un improbabile rifugio a spingerci, quanto un riflesso automatico, quello di aggrapparsi a un relitto qualsiasi per non annegare. Molti di noi finiscono direttamente nelle mani degli schiavisti, a remare sulle loro pesanti galee, nelle miniere o nei bordelli, altri vengono scacciati indietro dai pacifici abitanti dei vostri paesi, per paura o superstizione e le loro ossa giacciono insepolte attorno al confine del Regno.

 

Credete davvero che se il nostro esodo fosse programmato percorreremmo tante miglia per morire in terre fredde e ostili, invece di ardere nelle nostre case e riposare accanto ai nostri antenati?

 

La nave che mi trasportava in catene verso il meridione, incontro a un destino che era facile immaginare, era gigantesca. Pesante come un dragone dotato di una sola, grande ala verticale, solcava il mare senza fretta, perché tutti i vascelli cambiavano prudentemente rotta per evitarla. Quando attraccava nelle isole per rifornirsi trovava i porti deserti. Con gli schiavisti la prudenza non era mai troppa. Viaggiava verso nord, seguendo la costa e diretta chissà dove, probabilmente all’arcipelago e da lì verso le isole esterne, oppure a Eirlon e seguendo ancora la costa nelle marche del settentrione.

 

Sapete come sono quelle galee, no? Mostri marini che zampettano rapidi sull’acqua coi loro cento remi manovrati da schiavi incatenati e due castelli, a prua e a poppa, entrambi irti di cannoni come porcospini.

 

Con altre giovani donne troppo preziose per restare chiuse nella stiva stracolma di schiavi laceri e affamati, ero sul ponte, incatenata alle altre per la caviglia e sotto shock. Come in un incubo, quello che vedevo non aveva senso né importanza. Non so se possiate comprendere come ci si senta in una situazione come quella. Mi auguro per voi di no, che non abbiate mai fatto i conti con quel particolare inferno che ti tiene inchiodata in un attimo eterno di orrore puro e che ti distacca del tutto da quello che accade nel presente e nella realtà, per giorni interi. Quando sulla riva del mare la carovana che era stata portata “in salvo” attraverso il deserto passò nelle mani degli schiavisti, i miei genitori erano stati sgozzati davanti a me. In un solo battito di cuore, il mio mondo era stato capovolto. Per giorni restai in quel momento, imprigionata. Mi picchiarono e mi presero con la forza, ma non me ne accorsi neppure perché il mio spirito non si trovava lì. Quando ritrovò la strada per il presente, ero già sul ponte di quella galea senza nome.

 

Era meglio non dirvelo? Quanti di voi stuprano le donne in guerra, o mentre vagano sotto shock, forse non vorrebbero sentirsi dire quanto il loro membro sia irrilevante e quanto sia sprecata l’umiliazione che cercano di infliggere alle loro prede.

 

Gradualmente tornai in me; quando ritrovai del tutto il senso del tempo seguivamo già la rotta verso settentrione. Fu allora che avvistammo la vela rossa. Ricordo il viso dello schiavo che avevo vicino, sulla destra. Era un uomo dalla pelle scura come l’ebano con una vecchia cicatrice sulla testa rasata e una barba incolta che mostrava qualche filo argenteo. Alla vista della vela rossa all’orizzonte, il suo sguardo si illuminò di un bagliore misterioso e prese a cantare al ritmo con cui vogava.

 

Red as the blood
Red as the sails
Red in the name
       of the queen

 

Anche altri schiavi si unirono alla canzone, finché le fruste non li costrinsero al silenzio.

Gli schiavisti dalle vesti nere si acquattarono prontamente dietro ai cannoni, sia a quelli delle murate che dei due castelli, ma l’agile brigantino dalla vela rossa ci seguiva fuori tiro e restò a distanza fino a quando il sole non calò all’orizzonte.

Guardando il sole tramontare, nel silenzio dell’imbrunire, improvvisamente compresi lo sguardo del rematore. Non c’era speranza o meraviglia, ma l’improvvisa e selvaggia consapevolezza che nella morte avrebbe visto cadere anche i suoi carcerieri. Allora mi resi conto che nutrivo lo stesso avido desiderio di morte e distruzione e che non mi importava se sarei morta o sopravvissuta alla battaglia che dentro di me bramavo ardentemente.

L’attesa della battaglia è un momento che i guerrieri riconoscono sempre. La percezione del tempo è alterata e tutti i sensi sembrano acuirsi. Mano a mano che cresce la tensione e non accade assolutamente nulla, ti sembra di esplodere dall’interno del cranio. Ma se una delle parti cede e si lascia trascinare dal panico o dalla furia rischia di essere spazzata via.

Avvolti dal silenzio e dall’oscurità, gli schiavisti ruppero l’attesa e accesero le torce. Nel castello di poppa, attorniato da guerrieri vestiti di cuoio nero, lo stregone di bordo preparò il suo rituale, tracciando il pentacolo all’interno del cerchio di torce. Ripensandoci oggi, mi rendo conto che non sarebbe stato saggio evocare un demone o uno spirito in un pentacolo imperfetto e che la luce gli fosse assolutamente indispensabile per il suo rito. Qualunque oscuro incantesimo avesse in mente, fu bruscamente interrotto. Per così dire.

Un tuono seguì una luce improvvisa e il castello di poppa esplose, disintegrato da una singola bordata. Cannoni, legno e corpi spezzati volavano in un tornado fiammeggiante di furia e devastazione. Prima ancora che i nostri carcerieri si rendessero conto di quello che era appena accaduto, il brigantino ci fu addosso.

Incatenata ad altre quattro donne per la caviglia, non c’era molto che potessi fare se anche fossi stata lucida. E non lo ero. D’istinto, spinsi le mie compagne di prigionia al riparo dietro alla parete spezzata del castello di poppa mentre piovevano relitti sul ponte. Credo che avessi intuito che se una di noi fosse stata colpita non ci sarebbe stata speranza per le altre.

Quando la pioggia infuocata cessò, mi guardai intorno alla ricerca di un attrezzo qualsiasi per liberarmi dalla catena.

 

Sì, so benissimo che mi sarebbe servita l’officina di un fabbro. Grazie mille per l’informazione. Vi avevo detto che non ero del tutto lucida, no?

 

Mentre gli schiavisti correvano al riparo e i rematori cercavano disperatamente di liberarsi, vidi una spada spezzata a metà appena fuori dalla mia portata. Visto che le mie compagne di catena erano appoggiate alla parete e non avevano nessuna intenzione di cooperare dovetti sdraiarmi sul ponte e allungare il braccio per afferrarla. Mi rialzai impugnando la mezza spada come un talismano. Per quanto ridicola come arma e del tutto inutile contro la catena e la cavigliera di ferro, mi faceva sentire molto meglio.

Fu allora che i pirati arrembarono la galea.

Alla danzante luce degli incendi era una scena spettrale: uomini vestiti di cuoio e abiti sgargianti che si aggiravano sul ponte con grazia felina, infilzando senza pietà i cupi schiavisti in preda al panico. Ma un brigantino non trasporta poi così tanti uomini e alla fine i miei carcerieri, assai più numerosi, si organizzarono e contrattaccarono. Era inevitabile.

Un pirata colossale dalla pelle scura, protetto dalle sciabole di due compagni, si avvicinò con una grande mazza alla singola catena che assicurava l’intera fila dei rematori alla mia sinistra. Nel tempo alterato della battaglia, impiegò un’eternità a spezzarla. Ma quando i cinquanta schiavi furono liberi, si unirono furibondi alla battaglia, impugnando remi spezzati o lottando a mani nude. Senza fretta, il colosso andò a rompere l’altra catena mentre il ponte era in preda al caos, un parapiglia disordinato dove uomini si affrontavano da soli o in gruppi gli uni contro gli altri, urlando nella semioscurità.

Tre schiavisti con le corte spade in pugno stavano avvicinandosi a me e alle mie compagne. Intravidi nel loro sguardo un bagliore vendicativo e compresi che venivano a portarci la morte, piuttosto che lasciarci in dono ai loro nemici.

Alzai la spada mozza e urlai qualcosa. Non ricordo le parole che utilizzai, ma certo non furono termini che si possano ripetere in un consesso civile. Era una sfida futile, insensata, e li rallentò appena un istante, abbastanza perché l’ombra che si lasciò cadere sul ponte, dalle rovine del castello alle mie spalle, si frapponesse tra me e loro.

Atterrò flettendo appena le ginocchia, già in guardia con una sciabola nella destra e uno stiletto nella sinistra, i lunghi capelli neri si agitavano nel vento e ricadevano sulla strampalata camicia bianca con gli sbuffi che i pirati sembrano apprezzare tanto.

In quel momento non mi sembrò strano vedere una donna pirata. Credo che nella confusione non stessi pensando affatto ma reagissi soltanto alla situazione.

La piratessa intercettò due schiavisti con furia e determinazione. Il primo cadde al primo colpo, schizzando sangue dappertutto. Aveva la testa quasi staccata dal corpo! Con un passo laterale, quasi danzando, la donna evitò un fendente del secondo avversario e mentre questi cercava di ritrovare l’equilibrio lo pugnalò al fianco.

Mi misi davanti al terzo schiavista, per evitare che raggiungesse le mie compagne di prigionia, ancora in preda al terrore. Per quanto detesti ammetterlo, non avevo la più pallida idea di come si impugnasse una spada e la catena mi intralciava al punto che sarebbe stato un miracolo evitare i colpi di quel vigliacco.

Dicono che in battaglia emerga la nostra vera natura, gentile o crudele che sia. Io credo che siano tutte balle e che, in assenza di un addestramento che renda la nostra reazione automatica ed efficace, siamo tutti in balia delle circostanze; a emergere davvero sono soltanto gli istinti animali, forti come il battito del nostro cuore e altrettanto rapidi a strapparci il controllo delle nostre azioni. Non credo che avrei mai scelto di sacrificarmi in quel modo se avessi avuto modo di ragionare, anzi sono certa che avrei trovato una linea d’azione più cauta e risolutiva.

Parai goffamente un affondo, facendomi strappare via il mozzicone di spada, e con la gamba libera tirai un calcio all’inguine.

Ecco, quando si parla di calci nei testicoli, voi maschietti fate sempre quel verso lamentoso. Non siete voi che lo avete preso, quindi non fate i bambini e andiamo avanti con la storia!

Il terzo uomo non si riprese in tempo. La piratessa lo infilzò alle spalle con la sua sciabola e buttò a terra il moribondo con una spinta, senza alcun riguardo. Quindi prestò attenzione a me e alle mie compagne.

Il suo viso era in ombra e non so come riuscii a notare i suoi occhi blu mare. Ricordo che provai un pizzico d’invidia, una sensazione buffa nel contesto caotico di una battaglia, che mi fece sorridere ironica tra me e me.

La piratessa mi sorrise a sua volta. Raccolse il moncherino della mia spada e me lo offrì, prima di gettarsi di nuovo nella mischia. Guardandola combattere, mi parve di vedere attorno a lei l’aura del dragone di mare, rapido, possente e mortale.

Il combattimento volgeva ormai al termine e nessuno venne più a sfidare la mia ridicola lama. Gli schiavisti furono sbaragliati e i superstiti affrontarono l’ira dei loro schiavi: finirono in mare oppure fatti a pezzi. Non fu un bello spettacolo. Diedi di stomaco, ripetutamente. Non mi curai di nascondermi per farlo e neppure me ne vergognai.

Quello con Llana e con il suo vascello, il Falco Rosso, fu il primo incontro importante che ebbi fin da quando scappai dalla mia città in fiamme. Determinò gran parte degli eventi che mi hanno portata qui, davanti a voi.

Molti degli schiavi la conoscevano di fama, la rossa regina delle onde e la signora dei mari. La sua guerra personale contro gli schiavisti ne faceva un simbolo di rivalsa e accendeva la speranza di libertà in coloro che di speranza erano decisamente a corto. Allora non sapevo nulla di lei, ma quello che ho visto con i miei occhi era sufficiente. Non vorrei mai trovarmela come avversaria.

Le due navi fecero rotta verso la costa alle prime luci dell’alba e attraccarono in una insenatura protetta. Mentre gli schiavi, ormai uomini liberi, cominciavano le riparazioni della galea, finalmente venni liberata dalle mie catene e appresi, con una certa sorpresa, che non avrei fatto parte del bottino dei pirati ma che io e le mie compagne di prigionia saremmo state libere. Non che i pirati ne fossero entusiasti, a dire il vero. Anzi, il loro malumore agli ordini perentori della loro giovane capitana sembrava evidente: una cosa era dare la libertà ai rematori e agli uomini destinati alle miniere, tutt’altra liberare belle fanciulle che avrebbero fruttato un buon numero di pezzi d’oro nei mercati delle isole esterne o nei regni del meridione. Rinunciare a un facile guadagno non è mai una scelta popolare tra la gente di mare. E neppure tra quella di terra.

Io e le mie compagne non avevamo un porto a cui tornare e di certo non ci saremmo potute avventurare con gli ex-schiavi alle terre meridionali e orientali da cui provenivano senza rischiare di essere rivendute a qualcuno strada facendo. Llana ci consigliò di dirigerci verso le foreste, a nord-est del punto in cui eravamo sbarcati, e cercare con calma un villaggio che ci accogliesse. Ci offrì qualche pezzo d’argento e provviste a sufficienza.

L’idea di rifugiarmi in un pacifico villaggio tra i boschi alla ricerca di una nuova vita mi sarebbe sembrata deliziosa soltanto il giorno precedente. Avrei cercato protezione e magari un marito, avrei lavorato la terra in pace e dimenticato quella brutta avventura, seppellendo il passato e la sua violenza nel profondo del mio cuore. Per sempre.

Il giorno precedente.

Ma qualcosa era cambiato in me.