L’Oscura Forfora delle Tenebre

Quarta puntata del demenziale fantathriller urbano.  Cambio rapido di scena: da New York l’insonne ci spostiamo sulle coste del Maine, al sorgere del sole.
Le puntate precedenti? 1 , 2, 3.

Atto Primo
Scena Terza

Ma no! Come faccio a sapere cosa c’era nella chiavetta! Sì, si parlarono. Un po’ di pazienza, per favore. Sto cercando di raccontare i fatti in un certo ordine. Lasciamo un attimo Tony nel parcheggio, perché a questo punto entrano in gioco…

La drakkar era poco più di una sagoma scura nel cielo che precedeva l’alba. La sua testa da drago marino spuntò all’improvviso, quando il disco del sole sbucò pallido dal mare. In silenzio, la grande imbarcazione si allontanò dalla costa a vele spiegate.
L’uomo aprì gli occhi solo allora, tastando il terreno intorno alla ricerca dei suoi occhiali. Li trovò quasi subito e fece per strofinarli sulla maglietta, quando si rese conto di indossare la pesante cotta di maglia. Li inforcò e vide confusamente, tra la sabbia e le ditate, la drakkar prendere il largo verso il sole. Impiegò qualche istante a rendersi conto che si erano dimenticati di lui.
“Oh no!” esclamò, alzandosi in piedi. Fece un gesto con entrambe le mani in direzione della barca. Poi cominciò a strillare e a saltare. La drakkar si allontanava tranquilla. Vista dalla spiaggia, la situazione sembrava surreale. Era arrivato in America dalla Scandinavia, effettuando la traversata che era stata attribuita ai vichinghi con i suoi amici del gruppo di rievocazione storica. Ed era stato dimenticato sulla costa, vestito da guerriero d’epoca. Si mise in testa l’elmo cornuto e recuperò lo spadone, quindi si guardò intorno. A parte i resti del fuoco non c’era nulla. I suoi compagni avevano raccolto persino le lattine vuote, ma avevano lasciato lui. Poco male, si disse confusamente: era biodegradabile. Poi si scosse, cercando di mettere in funzione il cervello. Solo soletto in una spiaggia del Maine, senza denaro, carta di credito, documenti, vestiti, telefono. Di sicuro Eric il Rosso avrebbe escogitato qualcosa. La prima cosa da fare era procurarsi… Cosa? Fuoco? Cibo? Vestiti? Birra? Forse sarebbe stato meglio evitare la birra, visto che la bionda bevanda aveva buona parte della responsabilità di quella situazione incresciosa.
Definirlo giovane era sicuramente esagerato. Bjorn aveva quasi trent’anni, anche se ne dimostrava qualcuno di meno. Era di media statura, con corti capelli color carota e dotato di una bella pancia da anfora greca. Anche il viso dai tratti regolari era cicciotto, e con le guance rubiconde dava l’impressione di scoppiare letteralmente di salute e allegria. Impressione che ora era rovinata dalla sequela di imprecazioni svedesi che sfrigolavano nell’aria del primo mattino.
S’incamminò rapidamente verso l’interno, con la pancia che ballava e il disperato bisogno di un caffè. Il sole ormai era sorto del tutto e Bjorn cominciava a rendersi conto della gravità della propria situazione, mentre cercava disperatamente un segno di civiltà. Procedendo per un paio di chilometri verso l’interno, vide in lontananza dei campi coltivati e udì il suono delle campane. Recitando un silenzioso ringraziamento a Odino, accelerò il passo senza badare allo spadone che ballava fastidiosamente, di traverso sulla schiena e agli anelli di maglia che gli si infilavano nella ciccia ad ogni passo. Ah, maledetti vichinghi masochisti! Che diavolo avevano contro i soffici giacconi di pelliccia?
Il villaggio, se davvero di un villaggio si trattava, era limitato a qualche casa rustica, una piccola chiesa e a un viale asfaltato con un emporio e parecchi fuoristrada parcheggiati. Poi, campi coltivati, campi coltivati e ancora campi coltivati.
Si avvicinò alla chiesa, lievemente imbarazzato per via del suo abbigliamento. Che chiesa era? Protestante? Cattolica? Probabilmente quella roba che si erano portati i padri pellegrini quando erano sbarcati nel Maine. Sì, quei tipi con i cappelli strani e i tacchini che ringraziano.
Stava sulla soglia della chiesa, con la porta socchiusa, tendendo le orecchie a quello che sembrava il sermone di un prete, e che probabilmente era il discorso del pastore. O quel che era. Per forturna Bjorn parlava un po’ d’inglese. Comunque lo capiva assai meglio di come lo parlasse. L’interno era poco illuminato e quindi dalla porta non si vedeva un accidenti.
“Alcuni di voi potrebbero pensare che il diavolo sia una metafora”, stava dicendo il pre… il pastore. “Ma è terribilmente reale, e se il gregge del Signore dovesse continuare questa vita peccaminosa delle città, un giorno egli busserà alle nostre porte, orrido e deforme mostro cornuto.”
Bjorn si arrestò a metà di un passo, portando la mano sull’elmo vichingo che aveva ancora in testa.
“Ops”, mormorò, mentre l’intera chiesa si girava a guardare la sagoma che entrava con il sole alle spalle.
Bjorn girò su se stesso e se la diede a gambe levate, mentre echeggiava il primo colpo di doppietta. Entrò in un fuoristrada blu mentre il secondo colpo passava qualche centimetro sopra l’elmo. Girò la chiave, che fortunatamente era nel quadro, e diede gas, lanciandosi in una partenza degna di una Ferrari di formula uno. Il terzo colpo infranse il vetro posteriore, ma lasciò lo svedese incolume, anche se visibilmente provato.
“Altro che Odino, qui c’è lo zampino di Loki!”

(continua)