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Primavera a Quattro Mani


Racconti

Il Cieco

IL CIECO di Andrea Marinucci Foa “Raccontane un’altra, Sam!” Il vecchio scosse la testa, perplesso. “Sam?” “E’ solo un modo di dire, vecchio mio”, rispose…

L’Oscura Forfora delle Tenebre

Quinta puntata del demenziale fantathriller urbano. Ci stiamo avvicinando alla fine? Ma neanche per sogno! Le puntate precedenti? 1 , 2, 3, 4.

Atto Primo
Scena Quarta

Lo giuro sulla testa dei vostri figli: non sto prendendo tempo! Quello che vi racconto è tutto collegato alla nostra vicenda. Aspettate e vedrete. D’altra parte mi avete detto di vuotare il sacco. Non è colpa mia se il sacco è bello capiente.

L’appartamento era ancora buio, nonostante il sole stesse sorgendo. La ragazza non accese la luce ma si mosse in punta di piedi ed entrò nel salone con cautela. Era una bionda, giovanissima e dal viso angelico. Il suo abbigliamento non lasciava nulla all’immaginazione: indossava soltanto un paio di calze autoreggenti bianche. Puntò dritta verso il computer.
C’era pochissimo tempo: per fortuna il disco esterno era lì sul tavolo, un affarino da 2,5 pollici che conteneva un terabyte di informazioni compromettenti!
Lo staccò dalla presa USB e si guardò intorno. Dannazione! I suoi vestiti erano rimasti nella stanza da letto e lei non poteva rischiare che Sam si svegliasse. Acchiappò al volo un accappatoio bianco dal bagno, se lo infilò e uscì silenziosamente dalla porta.
L’uomo era di fronte alla casa, appostato dietro un albero. “Ce l’ho fatta, tenente! Ce l’ho qui”, sussurrò la ragazza.
L’uomo sorrise. “Ottimo lavoro, agente. Ma perché sei in accappatoio?”
“E’ una storia lunga”, tagliò corto lei. “Dove hai la macchina?”
“Due isolati da qui”, rispose il tenente. “Adesso…” Un suono soffocato l’interruppe.
Il poliziotto guardò sorpreso la macchia di sangue spargersi sul suo torace, quindi scivolò a terra.
La ragazza restò impietrita dalla shock per un istante, quindi si chinò per aiutarlo. “Tenente? Tenente!”
L’uomo la guardò. “Abbi cura di quel disco. Adesso solo tu puoi…”
“Non può neppure lei”, fece una voce beffarda. Due uomini in uniforme la guardavano da dietro le pistole spianate. Entrambe avevano il silenziatore. “Ma che peccato! Il tenente e la novellina frequentavano un trafficante di droga e sono stati uccisi dal loro stesso compare. Meno male che siamo intervenuti noi e abbiamo preso il cattivo.”
La ragazza si alzò in piedi con il viso distorto dalla rabbia. “Bastardi! Non c’è nulla di più schifoso di un poliziotto corrotto! Come osate portare quell’uniforme!”
“Però, niente male la novellina!”, disse l’altro poliziotto. “Se ce la spassassimo un po’ con lei, prima di liberarcene?”
“No, non possiamo lasciare tracce”, rispose l’altro, con un pizzico di rammarico. Poi guardò la ragazza. “Sono spiacente, ma tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino. Hai ficcato il naso dove non dovevi e adesso sei fritta.”
“Se posi quella pistola, ti farò vedere io chi è fritto! Ti riduco a una polpetta, razza di salame! Ti apro come una noce! Ti spiaccico come una pizza!”

Sì, lo sto facendo apposta. Mi avete rinchiuso in questa stanza degli interrogatori senza nulla da mangiare? E adesso vi godete la fame anche voi.
D’accordo, cinese va bene. Per me doppia porzione di involtini primavera con salsa piccante e manzo con cipolline. E mi raccomando le birre: la serata sarà lunga.
Dove ero rimasto?

I due poliziotti indietreggiarono di un paio di passi, sogghignando, fino a scendere dal marciapiede.
“Che paura! E’ proprio una furia, questa ragazza. Mi dispace quasi premere il…”
Il fuoristrada blu li colpì in pieno, gettandoli a una decina di metri come pupazzi dopo uno spettacolo.
Il finestrino si abbassò e spuntò una testa cornuta. La ragazza impiegò qualche secondo ad accorgersi che si trattava solo di un ragazzo con un elmo vichingo in testa.
Il nuovo arrivato urlò qualcosa in una lingua incomprensibile, quindi ripetè in inglese: “Santa vacca, ho colpito dei poliziotti!”
Lei scosse la testa, come per ritrovare il senno. I due agenti si stavano muovendo: uno di loro cercava di rialzarsi. La giovane prese una decisione improvvisa. Corse alla macchina, aprì la portiera e salì precipitosamente accanto al vichingo. “Via, di corsa!” gli ordinò.
Lui esitò.
“Di corsa, scemo cornuto!” Urlò la ragazza, dandogli una botta sull’elmo. Un foro sul vetro sottolineò le sue parole.
L’auto schizzò via, superando i due poliziotti che le sparavano contro.

(continua)

Il Sogno di Nina

IL SOGNO DI NINA di Manuela Leoni Il bosco odorava di resina, funghi e pacciame sotto la pioggia sottile. Il sentiero si snodava tra i…

L’Agenzia

L’Agenzia di Andrea Marinucci Foa “Con calma, signor Muller”, disse la segretaria, posandogli sul polso una mano dalle lunga dita affusolate. “Respiri profondamente, conti fino…

Quantanoia

Quantanoia di Andrea Marinucci Foa «È normale, con il lavoro che fa», gli dissi per rassicurarlo. Naturalmente il dottor Thomas Mannix non si rassicurò per…

La Chat

La Chat di Andrea Marinucci Foa John: “Ciao” Mary: “Oh, guarda chi si vede!” John: “Come va il lavoro?” Mary: “Pesante e penoso, come al…

su Sette Giorni di Follie

Tre nuovissimi racconti nel blog Sette giorni di Follie per il concorso letterario di Aprile.

Il Sogno di Nina di Manuela Leoni
La Luna dei Sogni di Andrea Marinucci Foa e Manuela Leoni
Indigestione di Andrea Marinucci Foa

Il Sogno di Nina è l’unico dei tre in concorso, quindi potete votarlo, se vi piacerà.
Per votare, commentate la pagina del blog, sotto al racconto, scrivendo “voto questo racconto”. Se volete aggiungere un secondo commento con una vostra impressione sul racconto, gli donerete un secondo voto.

Questo mese è in gara anche nostra figlia con:  Ballata in minore di Jill Parker!

Tre di Spade, l’Ouverture

  Il mondo degli Dei non era un vero mondo. Non si trovava sopra o sotto quello degli uomini e neppure accanto, era lì e…

NEW YORK 1911

NEW YORK 1911 di Andrea Marinucci Foa Il mio nome è Malone, Brendan Malone e vivo a New York. Amo questa città, e non vivrei…

L’Oscura Forfora delle Tenebre

Quarta puntata del demenziale fantathriller urbano.  Cambio rapido di scena: da New York l’insonne ci spostiamo sulle coste del Maine, al sorgere del sole.
Le puntate precedenti? 1 , 2, 3.

Atto Primo
Scena Terza

Ma no! Come faccio a sapere cosa c’era nella chiavetta! Sì, si parlarono. Un po’ di pazienza, per favore. Sto cercando di raccontare i fatti in un certo ordine. Lasciamo un attimo Tony nel parcheggio, perché a questo punto entrano in gioco…

La drakkar era poco più di una sagoma scura nel cielo che precedeva l’alba. La sua testa da drago marino spuntò all’improvviso, quando il disco del sole sbucò pallido dal mare. In silenzio, la grande imbarcazione si allontanò dalla costa a vele spiegate.
L’uomo aprì gli occhi solo allora, tastando il terreno intorno alla ricerca dei suoi occhiali. Li trovò quasi subito e fece per strofinarli sulla maglietta, quando si rese conto di indossare la pesante cotta di maglia. Li inforcò e vide confusamente, tra la sabbia e le ditate, la drakkar prendere il largo verso il sole. Impiegò qualche istante a rendersi conto che si erano dimenticati di lui.
“Oh no!” esclamò, alzandosi in piedi. Fece un gesto con entrambe le mani in direzione della barca. Poi cominciò a strillare e a saltare. La drakkar si allontanava tranquilla. Vista dalla spiaggia, la situazione sembrava surreale. Era arrivato in America dalla Scandinavia, effettuando la traversata che era stata attribuita ai vichinghi con i suoi amici del gruppo di rievocazione storica. Ed era stato dimenticato sulla costa, vestito da guerriero d’epoca. Si mise in testa l’elmo cornuto e recuperò lo spadone, quindi si guardò intorno. A parte i resti del fuoco non c’era nulla. I suoi compagni avevano raccolto persino le lattine vuote, ma avevano lasciato lui. Poco male, si disse confusamente: era biodegradabile. Poi si scosse, cercando di mettere in funzione il cervello. Solo soletto in una spiaggia del Maine, senza denaro, carta di credito, documenti, vestiti, telefono. Di sicuro Eric il Rosso avrebbe escogitato qualcosa. La prima cosa da fare era procurarsi… Cosa? Fuoco? Cibo? Vestiti? Birra? Forse sarebbe stato meglio evitare la birra, visto che la bionda bevanda aveva buona parte della responsabilità di quella situazione incresciosa.
Definirlo giovane era sicuramente esagerato. Bjorn aveva quasi trent’anni, anche se ne dimostrava qualcuno di meno. Era di media statura, con corti capelli color carota e dotato di una bella pancia da anfora greca. Anche il viso dai tratti regolari era cicciotto, e con le guance rubiconde dava l’impressione di scoppiare letteralmente di salute e allegria. Impressione che ora era rovinata dalla sequela di imprecazioni svedesi che sfrigolavano nell’aria del primo mattino.
S’incamminò rapidamente verso l’interno, con la pancia che ballava e il disperato bisogno di un caffè. Il sole ormai era sorto del tutto e Bjorn cominciava a rendersi conto della gravità della propria situazione, mentre cercava disperatamente un segno di civiltà. Procedendo per un paio di chilometri verso l’interno, vide in lontananza dei campi coltivati e udì il suono delle campane. Recitando un silenzioso ringraziamento a Odino, accelerò il passo senza badare allo spadone che ballava fastidiosamente, di traverso sulla schiena e agli anelli di maglia che gli si infilavano nella ciccia ad ogni passo. Ah, maledetti vichinghi masochisti! Che diavolo avevano contro i soffici giacconi di pelliccia?
Il villaggio, se davvero di un villaggio si trattava, era limitato a qualche casa rustica, una piccola chiesa e a un viale asfaltato con un emporio e parecchi fuoristrada parcheggiati. Poi, campi coltivati, campi coltivati e ancora campi coltivati.
Si avvicinò alla chiesa, lievemente imbarazzato per via del suo abbigliamento. Che chiesa era? Protestante? Cattolica? Probabilmente quella roba che si erano portati i padri pellegrini quando erano sbarcati nel Maine. Sì, quei tipi con i cappelli strani e i tacchini che ringraziano.
Stava sulla soglia della chiesa, con la porta socchiusa, tendendo le orecchie a quello che sembrava il sermone di un prete, e che probabilmente era il discorso del pastore. O quel che era. Per forturna Bjorn parlava un po’ d’inglese. Comunque lo capiva assai meglio di come lo parlasse. L’interno era poco illuminato e quindi dalla porta non si vedeva un accidenti.
“Alcuni di voi potrebbero pensare che il diavolo sia una metafora”, stava dicendo il pre… il pastore. “Ma è terribilmente reale, e se il gregge del Signore dovesse continuare questa vita peccaminosa delle città, un giorno egli busserà alle nostre porte, orrido e deforme mostro cornuto.”
Bjorn si arrestò a metà di un passo, portando la mano sull’elmo vichingo che aveva ancora in testa.
“Ops”, mormorò, mentre l’intera chiesa si girava a guardare la sagoma che entrava con il sole alle spalle.
Bjorn girò su se stesso e se la diede a gambe levate, mentre echeggiava il primo colpo di doppietta. Entrò in un fuoristrada blu mentre il secondo colpo passava qualche centimetro sopra l’elmo. Girò la chiave, che fortunatamente era nel quadro, e diede gas, lanciandosi in una partenza degna di una Ferrari di formula uno. Il terzo colpo infranse il vetro posteriore, ma lasciò lo svedese incolume, anche se visibilmente provato.
“Altro che Odino, qui c’è lo zampino di Loki!”

(continua)