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Luce e Ombra


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Posts by Andrea Marinucci Foa:

L’Agenzia

L’Agenzia
di Andrea Marinucci Foa

“Con calma, signor Muller”, disse la segretaria, posandogli sul polso una mano dalle lunga dita affusolate. “Respiri profondamente, conti fino a dieci e mi spieghi la situazione in modo distaccato.”
“In realtà non vi serve conoscerne il motivo, vero?” Muller era un uomo grasso, dal viso rubicondo e con una folta capigliatura color topo.
“No, non è necessario. Ci servono soltanto il nome e una fotografia recente, per cominciare. Poi, se vuole stabilire lei i dettagli del… lavoro… dovrà pagare il sovrapprezzo di cui abbiamo parlato al telefono.”
“Ma è sicura che ne uscirò pulito, signorina?”
“Pulito come dopo un giro in lavastoviglie, signor Muller”, garantì la segretaria con un sorriso rassicurante. “Perché non mi dice come vorrebbe far fuori il bastardo?”

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NEW YORK 1911

Il mio nome è Malone, Brendan Malone e vivo a New York. Amo questa città, e non vivrei mai da nessun’altra parte. Anche se il nuovo secolo, il ventesimo, è iniziato da qualche anno e tutto il resto del mondo invecchia, questo posto diventa più giovane ogni giorno che Dio manda in terra. Sarà per la gente che arriva da ogni dove e per ogni perché? Vengono, come mio padre, da un’Europa dura come una roccia dura, su cui hanno spaccato i loro scalpelli, per trovare una creta fresca con cui modellare la loro nuova esistenza.

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L’Oscura Forfora delle Tenebre

Quarta puntata del demenziale fantathriller urbano.  Cambio rapido di scena: da New York l’insonne ci spostiamo sulle coste del Maine, al sorgere del sole.
Le puntate precedenti? 1 , 2, 3.

Atto Primo
Scena Terza

Ma no! Come faccio a sapere cosa c’era nella chiavetta! Sì, si parlarono. Un po’ di pazienza, per favore. Sto cercando di raccontare i fatti in un certo ordine. Lasciamo un attimo Tony nel parcheggio, perché a questo punto entrano in gioco…

La drakkar era poco più di una sagoma scura nel cielo che precedeva l’alba. La sua testa da drago marino spuntò all’improvviso, quando il disco del sole sbucò pallido dal mare. In silenzio, la grande imbarcazione si allontanò dalla costa a vele spiegate.
L’uomo aprì gli occhi solo allora, tastando il terreno intorno alla ricerca dei suoi occhiali. Li trovò quasi subito e fece per strofinarli sulla maglietta, quando si rese conto di indossare la pesante cotta di maglia. Li inforcò e vide confusamente, tra la sabbia e le ditate, la drakkar prendere il largo verso il sole. Impiegò qualche istante a rendersi conto che si erano dimenticati di lui.
“Oh no!” esclamò, alzandosi in piedi. Fece un gesto con entrambe le mani in direzione della barca. Poi cominciò a strillare e a saltare. La drakkar si allontanava tranquilla. Vista dalla spiaggia, la situazione sembrava surreale. Era arrivato in America dalla Scandinavia, effettuando la traversata che era stata attribuita ai vichinghi con i suoi amici del gruppo di rievocazione storica. Ed era stato dimenticato sulla costa, vestito da guerriero d’epoca. Si mise in testa l’elmo cornuto e recuperò lo spadone, quindi si guardò intorno. A parte i resti del fuoco non c’era nulla. I suoi compagni avevano raccolto persino le lattine vuote, ma avevano lasciato lui. Poco male, si disse confusamente: era biodegradabile. Poi si scosse, cercando di mettere in funzione il cervello. Solo soletto in una spiaggia del Maine, senza denaro, carta di credito, documenti, vestiti, telefono. Di sicuro Eric il Rosso avrebbe escogitato qualcosa. La prima cosa da fare era procurarsi… Cosa? Fuoco? Cibo? Vestiti? Birra? Forse sarebbe stato meglio evitare la birra, visto che la bionda bevanda aveva buona parte della responsabilità di quella situazione incresciosa.
Definirlo giovane era sicuramente esagerato. Bjorn aveva quasi trent’anni, anche se ne dimostrava qualcuno di meno. Era di media statura, con corti capelli color carota e dotato di una bella pancia da anfora greca. Anche il viso dai tratti regolari era cicciotto, e con le guance rubiconde dava l’impressione di scoppiare letteralmente di salute e allegria. Impressione che ora era rovinata dalla sequela di imprecazioni svedesi che sfrigolavano nell’aria del primo mattino.
S’incamminò rapidamente verso l’interno, con la pancia che ballava e il disperato bisogno di un caffè. Il sole ormai era sorto del tutto e Bjorn cominciava a rendersi conto della gravità della propria situazione, mentre cercava disperatamente un segno di civiltà. Procedendo per un paio di chilometri verso l’interno, vide in lontananza dei campi coltivati e udì il suono delle campane. Recitando un silenzioso ringraziamento a Odino, accelerò il passo senza badare allo spadone che ballava fastidiosamente, di traverso sulla schiena e agli anelli di maglia che gli si infilavano nella ciccia ad ogni passo. Ah, maledetti vichinghi masochisti! Che diavolo avevano contro i soffici giacconi di pelliccia?
Il villaggio, se davvero di un villaggio si trattava, era limitato a qualche casa rustica, una piccola chiesa e a un viale asfaltato con un emporio e parecchi fuoristrada parcheggiati. Poi, campi coltivati, campi coltivati e ancora campi coltivati.
Si avvicinò alla chiesa, lievemente imbarazzato per via del suo abbigliamento. Che chiesa era? Protestante? Cattolica? Probabilmente quella roba che si erano portati i padri pellegrini quando erano sbarcati nel Maine. Sì, quei tipi con i cappelli strani e i tacchini che ringraziano.
Stava sulla soglia della chiesa, con la porta socchiusa, tendendo le orecchie a quello che sembrava il sermone di un prete, e che probabilmente era il discorso del pastore. O quel che era. Per forturna Bjorn parlava un po’ d’inglese. Comunque lo capiva assai meglio di come lo parlasse. L’interno era poco illuminato e quindi dalla porta non si vedeva un accidenti.
“Alcuni di voi potrebbero pensare che il diavolo sia una metafora”, stava dicendo il pre… il pastore. “Ma è terribilmente reale, e se il gregge del Signore dovesse continuare questa vita peccaminosa delle città, un giorno egli busserà alle nostre porte, orrido e deforme mostro cornuto.”
Bjorn si arrestò a metà di un passo, portando la mano sull’elmo vichingo che aveva ancora in testa.
“Ops”, mormorò, mentre l’intera chiesa si girava a guardare la sagoma che entrava con il sole alle spalle.
Bjorn girò su se stesso e se la diede a gambe levate, mentre echeggiava il primo colpo di doppietta. Entrò in un fuoristrada blu mentre il secondo colpo passava qualche centimetro sopra l’elmo. Girò la chiave, che fortunatamente era nel quadro, e diede gas, lanciandosi in una partenza degna di una Ferrari di formula uno. Il terzo colpo infranse il vetro posteriore, ma lasciò lo svedese incolume, anche se visibilmente provato.
“Altro che Odino, qui c’è lo zampino di Loki!”

(continua)

L’Oscura forfora delle tenebre

Terza puntata del demenziale fantathriller urbano.  La prima parte è disponibile qui e la seconda qui.

Atto Primo
Scena Seconda

Se avete intenzione di chiedermi dove avvenne quell’incontro, tenetevi stretta l’intenzione e non fatemi certe domande: non ero presente e poi ci tengo alla pelle! Vi basti sapere che…

Il parcheggio sotterraneo era buio e puzzava. Tutti i parcheggi puzzano e se sono sotterranei sono poco illuminati, ma quel parcheggio sembrava più oscuro e puzzolente della maggior parte degli altri parcheggi. Visto che la guida Michelin non attribuisce stelline ai parcheggi sotterranei, dovrete fidarvi di quello che dico.
Tony e i suoi aspettavano davanti alla loro auto, un fuoristrada nero dall’aria costosa, e nell’attesa navigavano su Facebook sugli smartphone.
“Ehi, capo. Ti ho inviato una richiesta per Farmville. Mi serve aiuto per costruire il pozzo”, esordì Ricky.
Tony lo guardò con un’espressione omicida dipinta sul viso, poi scosse la testa e lasciò perdere. I suoi uomini avevano spesso incombenze che prevedevano lunghe attese. Farmville era pur sempre una distrazione meno pericolosa di Youporn.
“Buonasera”, salutò una voce maschile in lontananza. A una quindicina di metri, una figura in impermeabile era in piedi dietro i fari dell’auto, in modo da apparire indistinta, impossibile da riconoscere.
“E’ una bella serata, compare”, convenne Tony. “Vi ha mandato Peppino?”
“Peppino del ristorante”, precisò l’uomo in impermeabile.
“Quello sempre aperto”, aggiunse il mafioso.
“Va bene, allora tu sei davvero Tony Accesi”, annunciò l’altro.
“E tu sei proprio quel cretino che mi fa perdere tempo con queste stronzate delle parole d’ordine”, rise Tony. “Allora, coglionazzo, questi sono i miei uomini più fidati, Ricky e Martin. Svuota il sacco e dimmi in che cosa consiste il lavoro.”
“Dovresti mostrare un po’ di rispetto, sono io che pago”, protestò l’altro.
“Il rispetto non si compra”, sentenziò il boss. “Non ho tutta la notte a disposizione, e questo parcheggio non mi piace.”
“Non ti aspetterai che parli di affari in questo posto?”
“Ma se il posto l’hai scelto tu!” Tony sbuffò.
“Capo, lo posso sforacchiare? Solo un pochino”, gli chiese Martin, estraendo il ferro dalla fondina.
“Stai buono picciotto. Tieni, prendi il mio smartufone e vai a costruire il pozzo di Ricky.”
“Allora, uomo impermeabile, dov’è che andiamo a parlare?”
“Non parliamo affatto”, annunciò l’altro, lanciando un piccolo oggetto di plastica di fronte al boss. “Quella è una chiavetta USB: ci troverai le informazioni che ti occorrono per stabilire una comunicazione sicura con i miei capi. Una volta che le avrai lette con attenzione, dovrai distruggere la chiavetta. Posso fidarmi?”
“Ma che minchione sei?! Pure la chiavetta, adesso? Ti costerà un extra, farmi perdere tutto questo tempo.”
“Anche i muri hanno orecchie, Tony”, gli disse l’uomo, mentre saliva in auto. “Ricordati di distruggere la chiavetta.”
“Fanculo tu e la chiavetta”, lo salutò cortesemente il boss, mentre si chinava a raccogliere l’oggetto.

(continua)

Ritorno a Casa

Kur era un’immagine olografica spiaccicata su un monitor circolare. Ogni cosa lì intorno rispecchiava il pi greco.
Kor aveva un colorito azzurro, quella mattina. O pomeriggio. O quel che era. Probabilmente per via del riflesso dell’oblò, che mostrava un pianeta azzurro e verde. “Stiamo compiendo la prima decelerazione in vista del terzo pianeta, Supervisore.”

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“E poi?”

Qualcuno ha deciso di definire ufficialmente l’uomo “sapiente” (sì, lo so: è stato Linneo), dal mio modo di vedere le cose, l’uomo dovrebbe chiamarsi “narrante”. Noi utilizziamo la narrazione come principale sistema cognitivo. Raccontiamo storie, ascoltiamo storie. Comunichiamo un’immagine romanzata di noi stessi, persino nell’introspezione ci raccontiamo un mucchio di storie. Non perché siamo falsi e bugiardi, ma perché siamo fatti così.

Siamo divoratori di storie.

Una delle persone più intelligenti che conosco mi parlava qualche settimana fa della poesia della matematica. E’ un concetto chiaro: è difficile appassionarci a un qualsiasi argomento senza guardarlo con gli occhi di un bambino che ascoltando una favola chiede “e poi?”

I migliori insegnanti sono narratori: conoscono e usano (perché li hanno studiati o fatti propri con la pratica) tutti i meccanismi della narrazione orale. Un attore straordinario come Marco Paolini riesce a tenerci incollati alla sedia raccontando vicende lunghe e complicate, come quelle di Ustica e del Vajont; ci raggiunge con una forza straordinaria perché ci racconta una storia, con tutti i trucchi del navigato attore di teatro. Trucchi sacrosanti, sia chiaro.

Nei documentari si utilizzano tecniche narrative. In alcuni compaiono persino gli archetipi del protagonista e dell’antagonista: servono a raccontare una storia. L’evoluzione si racconta attraverso la storia del pensiero scientifico: la scoperta è un viaggio, un’avventura. Sappiamo benissimo che è tutto romanzato, ma va bene così.

Nasciamo, cresciamo ed invecchiamo con la stessa domanda sulle labbra: “e poi?”.  Io trovo che sia bellissimo.

L’Oscura forfora delle tenebre

Ecco, la seconda allucinante puntata del delirante thriller L’Oscura Forfora delle Tenebre. La prima puntata la trovate qui.

Atto Primo
Scena Prima

Era la notte tra il 21 e il 22. Del mese scorso, certo! Che razza di domande! Avete presente quel lungo ponte di ferro, dedicato a Robert F. Kennedy, che unisce il Queens con Manhattan? Bene, la nostra storia comincia lì.

Tony era un uomo alto e robusto, quello che si definisce tecnicamente un “armadio”. Aveva un passo leggiadro come quello di un ippopotamo ed era assai poco contento della piega che stava prendendo la conversazione. D’altra parte Tony era quasi sempre poco contento, il suo ruolo nella mafia newyorkese lo prevedeva da contratto.
I suoi ragazzi Ricky e Martin avevano quasi la sua stazza. Ricky era giovane, portava un berretto da baseball ed esibiva un sorriso poco intelligente. Martin aveva una cinquantina d’anni, era calvo e zoppicava leggermente per qualche antica e dimenticata ferita di gioventù. I due tenevano fermo un giovane dall’aria spaventata.
“Vedi, Frank, da noi i debiti vanno pagati”, spiegò il boss con raffinato accento italoamericano. Aveva seguito da poco un corso di perfezionamento e ora poteva usare anche le espressioni più contorte senza inciampare nella pronuncia.
“Ti prego, Tony! Dammi ancora 48 ore per trovare i soldi!”
“Fammi un piacere, Franky: smettila di implorare, che sennò mi fai commuovere e non mi piace piangere mentre getto le persone dai ponti.”
“Noooo!” Urlò l’altro, cercando invano di divincolarsi.
“Ti piace il bungee jumping, Frank?” Tony sorrideva impietosamente, mentre Ricky gli legava una fune alla caviglia. “Martin, rendiamo lo spettacolo pirotecnico!”
Lo scagnozzo rise e versò un liquido puzzolente addosso al malcapitato. Mentre lo buttavano giù dal ponte, Ricky gli avvicinò l’accendino al viso, trasformandolo in una palla di fuoco che cadeva urlante verso le scure acque del fiume.
“E’ sempre stata una testa calda”, commentò il boss, guardando dal parapetto. “Prende fuoco per una quisquillia!”
Ricky sorrise. “Che spettacolo! Un pendolo di fuoco! La corda ignu… ignigufa…”
“Ignifuga, testa di rapa!”
“Quel che è. E’ stata una bella idea.”
“Dove andiamo, capo?” chiese Martin, mentre si incamminavano verso la riva in direzione del Queens.
“Picciotti, andiamo a trattare con una famiglia davvero potente. Un po’ strana, visto che tratta certi affari solo a tarda notte, ma potente assai. Si tratta di una mucca ben pasciuta che aspetta soltanto di essere munta da noi.”
“Ci diamo al formaggio?”
“Zuccone, era una metafora! Ti ricordi dove abbiamo parcheggiato?”
“Non sapevo che le metafore si facessero con il latte, capo”, si scusò Martin. “Abbiamo parcheggiato da quella parte, vicino al distretto di polizia, che così non ci fregano la macchina.”

 

(continua)

Tre di Spade

Il nostro prossimo libro si intitolerà Tre di Spade e comprenderà tre racconti Sword & Sorcery del ciclo della Canzone della Costa, i primi in ordine cronologico.

E’ una Sword & Sorcery molto vicina alle origini popolari del genere, un po’ alla Fritz Leiber e Lyon Sprague de Camp. A scanso di equivoci, questa narrativa deve poco a Tolkien e alla fantasy epica e molto ai racconti di cappa e spada e alla commedia dell’arte. Presenta ambientazioni molto sfumate, dove bene e male non muovono le pedine di una scacchiera cosmica, ma  uomini e dei si fanno più o meno i fatti propri in un universo indifferente, beffardo e corrotto. Come da tradizione popolare, si dipinge una società governata dall’arbitrio del potere, dove l’unica legge è il “lei non sa chi sono io” e  l’unica arma è farsi furbi e fregare il potente con l’astuzia. La gente perbene resta lontana dal potere perché questo corrompe l’onesto e lo trasforma in un mostro.

Gli italiani dovrebbero trovarsi bene. La nostra Vadhe, la grande e corrotta città che fa da sfondo alle avventure dei tre protagonisti del ciclo, potrebbe essere una qualsiasi città italiana del Cinquecento e del Seicento. Anche senza andare indietro nel tempo, l’Italia di oggi è molto simile a una ambientazione di questo tipo, sotto certi aspetti.

Naturalmente, il cinismo e la sfiducia appartengono al genere e non a noi. Non cantiamo certo le lodi di una società priva di lacci e lacciuoli, ne facciamo uno sfondo che faccia risaltare bene l’umanità dei personaggi. Le stelle brillano di più nell’oscurità.

I racconti che vi presenteremo presto (impegni permettendo) in Tre di Spade:

Incontro a Mirozh
Di come i nostri avventurieri si incontrano in maniera per nulla casuale nella taverna di un villaggio povero e sperduto. Di dadi truccati, incantesimi e spade.

L’Oro di Vadhe
Di un furto su commissione che inizia in maniera promettente. Di uno stregone vendicativo e di un sodalizio che è soltanto all’inizio.

Rosa d’Inverno
Di una bestia la cui famelica presenza affligge un intero borgo. Di sospetto, ingratitudine, amore e morte.

L’Oscura forfora delle tenebre

Ecco, la prima puntata del delirante thriller L’Oscura Forfora delle Tenebre. Questa roba qui (chiamarla racconto è un po’ eccessivo) nasce da uno scherzo che contemplava un elenco di titoli spiritosi e una breve descrizione della trama. Come spesso accade, lo scherzo si è rivoltato contro il suo autore, che è stato costretto dai suoi lettori a scrivere il “racconto” demenziale. Così, per stare al gioco, ecco qui il frutto del doppio scherzo. A puntate e senza impegno.

Prologo

Sì. Lo so, lo so. Non si parla d’altro. Storie romantiche o maledette, l’amore che sboccia tra il non morto e l’umana, le lotte tra coloro che sono diversi e vivono tra noi in gran segreto. Lo so. Ma sono solo storie. Magari storie raccontate per farvi sognare o per farvi correre un brivido gelido lungo la schiena. Oppure storie seriali, digitate su una tastiera per vendere un libro o farsi un nome. Storie confezionate per voi. Perché la verità, se mai la veniste a sapere, non vi strapperebbe un sospiro romantico o un sussulto inquieto. Vi farebbe fuggire via, lontano, orripilati, sconvolti, terrificati.

Dei testimoni di quelle atroci, oscure vicende che gettarono un’intera cittadina nelle tenebre resto solo io. E non sono uno scrittore o un poeta. Non vivo di delitti e castighi, di armi e battaglie. Sono un apprendista parrucchiere, armato di scopa e paletta, profondo conoscitore dei segreti delle tinture e saggio quanto le chiacchiere di bottega. Non avrei mai raccontato questa storia se non avessi ricevuto l’offerta che non potevo rifiutare, e così ne parlai a Tony. Voi sbirri non potete capire: siete alti, muscolosi e qualcuno di voi sembra uscito da quei telefilm che qualche volta interrompono la pubblicità in tv, pieni di coraggio ed incoscienza. Che ne potete sapere, voialtri, di come si sente quando è sotto ricatto uno di noi, una persona comune? Tony aveva fatto rapire la mia mamma, povera donna. E se io non avessi parlato avrebbe premuto quel dannato pulsante riempiendo la stanza di quel veleno, l’intera collezione delle canzoni di Gigi D’Alessio. Non potevo tacere!

Così Tony finì quello che altri avevano cominciato e pagò il prezzo della sua stessa follia. E questo è l’ultimo atto, l’ultima testimonianza. Potete anche scrivere questa storia, se volete. Potete raccontarla. Ma non vi crederanno, perché la gente vuole vivere tranquilla, perché certi orrori non devono uscire allo scoperto per turbare la nostra illusione di normalità. La vostra illusione, perché ormai la mia è stata brutalmente infranta.

Vorrei solo andare via, nascondermi da qualche parte, ma visto che non mi lascerete in pace finché non avrò vuotato il sacco, vi narrerò tutta la storia, così saprete tutto. E non vedrete mai, mai più il mondo nello stesso modo. Non alzerete mai più le spalle quando un calzino si smaterializzerà nella vostra lavatrice. Non ignorerete più le scie chimiche in cielo e quando al mercato incontrerete l’immancabile immigrato che vende l’aglio in sacchetti lo guarderete con occhi diversi.

Sì, parlerò. Ma voglio proprio vedere come presenterete il rapporto ai vostri superiori, come racconterete ai media questa vicenda! Ammesso che avrete il fegato di farlo, perché una cosa è rischiare la vita da eroi, affrontando le pallottole dei criminali, e un’altra è rischiare di passare per matti e leggere la compassione nello sguardo dei vostri amici e colleghi.

Mettetevi comodi, però, perché è una storia lunga e complessa, contorta come una cravatta lasciata in un cassetto già pronta da uno che non sa fare il nodo. E portatemi una birra fresca: raccontare mi fa venire sete.

Tanto, tanto tempo fa in una galassia lontana lontana…

(continua)