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Luce e Ombra


About Andrea Marinucci Foa

Posts by Andrea Marinucci Foa:

Diario di viaggio, parte seconda

La cronaca semiseria di un autore alle prese con il viaggio di Darwin.

index_clip_image002Darwin e gli osti sudamericani è un pezzo di teatro. Non l’ho scritto io, l’ha scritto lui e io mi limito a tirarlo fuori dal suo libro e a farlo vedere.

Chi ha viaggiato in modo “avventuroso” lo sa già. Ci sono due comodità irrinunciabili quando vai alla ventura in zone già esplorate prima. La prima è la cartina. Quando ti perdi o sei in dubbio, c’è la carta geografica. Se parli il suo linguaggio te la cavi sempre. Il viaggiatore esperto non si riconosce dalle scarpe o dallo zaino. Si riconosce perché sa ripiegare la cartina al primo colpo.
La seconda è l’oste. Uso il termine “oste” come simbolo di tutta la famiglia estesa dei gestori di locali dove si mangia e si beve: ristoratori, trattori, tavernieri, locandieri. Quando hai viaggiato tutto il giorno, ti fanno male tutti i muscoli del corpo, persino le dita (con cui hai ripiegato la cartina cento volte), sei stanco morto e affamato come un coccodrillo tenuto a dieta vegan per una settimana. Arranchi con le ultime forze, vedi le case il lontananza e quando trovi l’oste sei salvo.

Ora, Darwin non è Indiana Jones. Gli scienziati del Beagle viaggiano con i servi al seguito. Ma quando vanno a cavallo e a piedi una giornata intera sono stanchi anche loro. Puzzano come caproni tibetani, gli fa male tutto e hanno fame. Si trascinano alla prima osteria. Hanno l’agilità di un bradipo, ma lo stomaco di una tigre dai denti a sciabola.

Darwin parla tanto degli osti e visto che non è uno che chiacchiera a caso, e che addirittura si ricorda a distanza di molti anni dove si mangia bene e quanto si spende, il suo incontro con la ristorazione sudamericana riveste per lui una certa importanza.

Gli osti sono la punta di diamante della civilizzazione. Sono sempre avanti. Quelli che incontra Darwin sono addirittura centocinquanta anni avanti. Guardano i valorosi scienziati e nobili esploratori di Sua Maestà e cosa vedono? Dei turisti. Un secolo e mezzo prima dell’industria del turismo! Darwin è sbalordito e divertito dagli osti. Si imbatte nel relativismo culturale, trattando con gli osti. Gli esploratori inglesi hanno fame, chiedono ripetutamente da mangiare, insistono. Quanto ci vorrà per la cena? L’oste si secca e risponde “la cena sarà pronta quando sarà pronta”. Questa frase resterà scolpita nella memoria di Darwin. Un inglese del 1831 non se la aspetta, si aspetta una giustificazione, una parola di scusa. Ma l’oste vede solo un turista, sta facendo il suo lavoro e il turista aspetta. “Se non volete aspettare, potete andare altrove”. E lì, i valenti esploratori alzano bandiera bianca.

E’ normale per noi. Ma immaginate la faccia di Darwin alle prese con la filosofia della ristorazione del ventesimo secolo, in un posto sperduto del Brasile. E’ teatro. Quando Darwin anziano lo scrive nell’autobiografia ancora gli viene da ridere.

Diario di viaggio, parte prima.

La cronaca semiseria di un autore alle prese con il viaggio di Darwin.

BeagleDarwin è appena partito con il Beagle, io con il racconto. Sì, lui è qualche anno più indietro, ma ha una scadenza più lunga.
Il Beagle è un brigantino con dieci cannoni. Non li useranno mai, quei cannoni. Se li portano dietro giusto perché Larussa non affitta ancora i marò. E forse è meglio così.
Quando arriva a Capo Verde, il giovane Darwin, che è un inglese tipico, alza il sopracciglio come Spock e mormora “interessante”. Non si sbraccia per l’entusiasmo.
Poi però scrive. E quando scrive Darwin non ha più bisogno di fare l’inglese.
“Il paesaggio, osservato attraverso l’atmosfera nebbiosa di questo clima, ha un grande interesse, se una persona appena sbarcata e che ha fatto per la prima volta una passeggiata in un bosco di palme da cocco può giudicare qualcosa che non sia la propria felicità”.
E allora, pensi che se il suo libro fosse presentato in modo diverso non ci sarebbe neppure bisogno di costruire qualcosa di nuovo. Si immagina già dalle sue parole l’espressione che ha Darwin mentre passeggia tra le palme, l’importanza che ha per lui quel viaggio. Calcolo, ambizione… certo, ma è felice come una pasqua, guarda le cose con l’occhio del naturalista, ma è lì, in quel momento e in quel posto, e qualcosa canta dentro di lui.

Quando lo studi in modo tradizionale, lo immagini alle Galapagos. Il marinaio gli indica il fringuello: “guardi, mr Darwin. Guardi che bello!”
Ma Darwin sta già studiando il becco e pensa alla selezione naturale. E’ un marziano, Darwin. Non guarda, esamina, scruta. Non ha occhi, ha due microscopi.
Il Darwin dei testi non sorride. Riflette.
Per cinque anni.
E quando torna sa già tutto. Che poi a chi studia stanno sulle balle quelli che sanno già tutto.

Sword & Sorcery, qualcosa si muove

La Sword & Sorcery in Italia si è esaurita con gli anni 80 o poco più in là, terminata la pubblicazione delle opere di autori come Anderson, Leiber e Sprague de Camp. Lo spostamento dell’editoria verso il fantasy eroico è stato implacabile: le storie concatenate di Vakar e Jorian, gli immortali racconti di Lankhmar hanno lasciato un grande vuoto nelle librerie. Lo spirito dello S&S si ritrovava nei giochi di ruolo, ad essi esplicitamente ispirati, e nei nascenti videogames, ma non era proprio lo stesso.
Il primo racconto della Canzone della Costa, “l’Oro di Vadhe” (con “Incontro a Mirozh” come introduzione), risale agli anni Ottanta, scritto per nostalgia di un genere in via di estinzione, di atmosfere incantate che evaporavano tristemente dalle librerie. E’ stato per decenni in un cassetto, in attesa che il genere tornasse “di moda” e di poter essere catapultato sulla scrivania di un editore, in valutazione. La moda non è tornata, ma il selfpublishing ha permesso a quella storia di partire alla ricerca di un pubblico. Riscritta con un linguaggio e una struttura attenti al nuovo millennio e accostata da nuove storie, nuovi personaggi e ambientazioni, la Canzone della Costa è un piccolo sogno che abbiamo realizzato.
Nel frattempo abbiamo incontrato, girando per la rete, lettori, autori, illustratori come la bravissima Mala Spina che condividono la nostra passione e addirittura un progetto di rinascita della Sword & Sorcery, lanciato dal blog Hyperborea a cui aderiamo con gioia e che riportiamo integralmente.

frank_frazetta_sacrificeItalian Sword and Sorcery

Italian Sword and Sorcery è un movimento che ha l’obiettivo di riportare alla luce la fantasia eroica, ormai negletta da anni in Italia.

Noi crediamo fortemente che lo sword and sorcery non sia morto e che meriti maggiore attenzione da parte dei lettori, atteso che una preponderante fetta di essi non conosce nemmeno le principali opere, i più importanti autori e gli elementi distintivi del predetto genere di speculative fiction.

La rivalutazione della spada e stregoneria non può avvenire solo attraverso alcune sporadiche pubblicazioni, poiché qualche libro non ha la forza di modificare i gusti del grande pubblico e nemmeno di andare a toccare la sensibilità dei palati più raffinati.

Riteniamo pertanto necessaria una forte presa di posizione mediante la fondazione di un vero e proprio movimento al quale aderiscano editori, scrittori, critici, giornalisti, intellettuali, illustratori e comunque appassionati.

Pensiamo che sia di capitale importanza muoversi su due differenti fronti: quello della narrativa e quello della saggistica.

Per quanto concerne il primo, abbiamo scelto di adottare il formato del racconto breve (ormai scomparso dalle pubblicazioni odierne), atteso che vogliamo riportare in auge lo stile di azione, avventura, orrore e fantasia tipico delle riviste pulp degli anni ’30 del secolo scorso e ispirarci ai grandi autori che le hanno rese popolari in tutte il mondo come Robert E. Howard, Clark Ashton Smith, H.P. Lovecraft, C.L. Moore, Henry Kuttner, Fritz Leiber e John Jakes.

In ordine al secondo, occorre fornire al lettore saggi e articoli, ma anche occasioni per confrontarsi in eventi e conferenze che abbiano ad oggetto lo studio del genere, al fine di comprenderne l’entità e l’origine.

Siamo disponibili a collaborare con coloro che condividono il nostro pensiero e che vogliano contribuire in qualsiasi maniera alla nostra causa.

Per informazioni scrivete a: [email protected]

Self Publishing Quality 2016

Stabilire la qualità dei libri “indie” è il limite principale dell’editoria “self”, ciò che la differenzia dall’editoria tradizionale. Un editore seleziona e pubblica opere in base a una politica editoriale, a un progetto che ha sempre un senso generale e un pubblico di riferimento. Un autore indipendente traccia un proprio progetto, è libero di sperimentare e di proporre qualcosa che un editore probabilmente non inserirebbe nelle sue collane. Il prezzo di questa autonomia è l’assenza di un intermediario che ne garantisca in qualche modo la qualità. All’autore indipendente spetta quindi l’arduo compito di tranquillizzare un pubblico di lettori che inciampa spesso in testi pieni di refusi e di opere senza una storia.

Oggi molti canali si offrono in questo ruolo, di intermediario. Si tratta soprattutto di reti di blog e siti specializzati, che tuttavia davanti a generi che non sono “di moda” talvolta si confondono e non mostrano le capacità di affrontare stili e progetti che non seguano delle strade già molto conosciute. Rimane da chiedersi se in un prossimo futuro questo spazio tra l’autore “indie” e i lettori verrà infine colmato e in che modo si proponga di valorizzare quel tesoro costituito dal pluralismo del selfpublishing, senza ingabbiare l’autonomia progettuale degli autori indipendenti.

Su questo tema, è stato organizzato un convegno, Self Publishing Quality 2016 al fine di incontrare alcuni autori che hanno sperimentato le modalità dell’autopubblicazione e professionisti del settore. L’incontro avrà luogo Venerdì 17 giungo 2016 dalle ore 14:00 alle ore 19:00, presso i locali della FUIS (Federazione Unitaria Italiana Scrittori), a Roma, Piazza Augusto Imperatore, 4.

Sono curioso di vedere quali risposte e soprattutto quali domande emergeranno in questo evento.

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Leggende della Tavola Rotonda – Ostia, 6 Maggio

 

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Guido Colombo, Dario de Judicibus Andrea Marinucci Foa, tra gli autori dell’antologia curata da Serena Fiandro per i Doni delle Muse, impegnati della conferenza e accompagnati dalla musica di Marta Masciola e Nicole Marinucci del gruppo Ancient Tales.

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Leggende della Tavola Rotonda

12234922_649010738535705_1031877430493402021_nHo sempre apprezzato il fascino della narrazione antica. Il ciclo arturiano è straordinario, così multiforme nei punti di vista e nei narratori! I personaggi danzano da una parte all’altra del mondo celtico, dalla Britannia al Galles e alla Bretagna, e nelle storie mostrano ruoli, sfumature, caratteri diversi, cambiano nome e si tingono di sfumature sempre nuove. Nonostante grandissime opere coerenti, resta un ciclo da gwerz, da narrazione popolare, dominato da frammenti che come perle danno un carattere speciale e prezioso anche a racconti di contorno e che nel loro insieme hanno un’articolazione complessa e molto ampia.

Dentro c’è un oceano: il passaggio dal mondo antico a quello medievale, l’origine dell’Inghilterra, la cavalleria e l’amor cortese, la ricerca spirituale. Lo popolano archetipi senza tempo e vi si incontrano brillanti personaggi fuori da ogni schema. Nelle opere moderne del genere fa capolino la società di oggi, la questione femminile, l’integrazione, l’esigenza di una convivenza pacifica tra i popoli. Artù si rinnova insieme alla società, ha sempre qualcosa da dire, da mostrare, da insegnare. Ci incanta con le opere antiche, culla la nostra curiosità con quelle moderne, stuzzica l’immaginazione con la musica e con l’illustrazione che lo accompagnano, si materializza nel teatro e nel cinema.

Leggende della Tavola Rotonda, curato da Serena Fiandro ed edito da Doni delle Muse.

Promuoversi con storie brevi (prima puntata)

mT8VifKhfVV3R4tRvkO8Jw_rQuesto è il primo articolo sulla strategia per autopromuoversi, senza pretenziosi “i cinque migliori sistemi per conquistare la galassia a colpi di ebook” o “i dieci sistemi killer per convertire al digitale anche il pitecantropo del piano di sopra e il pesce rosso di zia Berta”, insomma si tratta di qualche consiglio “normale”, da autore semisconosciuto ad autore semisconosciuto.

Per prima cosa, lavorando a un romanzo, una saga, un ciclo, trovo molto utile produrre un po’ di materiale extra, magari un racconto breve o un piccolo spin-off. Qualcosa che sia divertente da scrivere e che si riallacci all’opera principale. Di questi tempi, la soglia di attenzione è sempre più ristretta. Un tempo si parlava dell’esigenza di conquistare il lettore nelle prime cento pagine, in tempi più recenti delle 10 pagine in cui si deciderà se il libro verrà letto o spietatamente abbandonato. Oggi, secondo gli autorevoli consigli di autori “navigati” e guru assortiti dello storytelling, si è più sbrigativi: il destino del libro è appeso all’incipit.

Un libro conquista per i personaggi, per lo stile, per la storia, per l’atmosfera. Viene scelto perché diverte, appassiona o tiene inchiodato il lettore con la suspense (dipende dal genere), emozioni che un paragrafo o due non sempre riescono a destare, per cui la storia breve (quella che non supera la soglia psicologica delle 25 pagine) aiuta molto l’autore a dare un assaggio dell’incantevole atmosfera del suo romanzetto di 1500 pagine, dei personaggi del suo ciclo in quattordici comodi volumi in confezione unica dotata di servosterzo, dell’ambientazione frettolosamente tratta da 22 anni di studi universitari sulla tribù neanderthaliana di Grotta Breuil. Insomma, serve da antipasto ed è tanto più utile quanto più numerose e consistenti sono le portate che seguono.

Una promozione di questo genere a me è stata davvero molto utile, per cui la consiglio spassionatamente a tutti gli autori indipendenti.

La tecnica che trovo più efficace è quella di curare moltissimo questa promozione, trovargli una bella copertina, controllare bene il linguaggio e fare più passaggi di correzione di bozze, studiare bene una quarta di copertina (che negli ebook è il testo che accompagna la copertina negli store), insomma trattare questo mini-ebook come vorreste (o avete voluto) trattare il vostro adorato romanzo. Ai lettori piace essere trattati bene e la cura dei dettagli è un gesto che non passa inosservato agli occhi dei più smaliziati. Alla fine del racconto (o dei racconti) promozionali, si devono mettere sempre due righe per presentare l’autore e l’elenco completo delle pubblicazioni (è ovvio, ma spesso ci si perde proprio sulle cose scontate).

Se vi interessa sapere qualcosa di più su come potreste fare (io non sono un guru e non posso né comunque vorrei mai dirvi come dovreste fare), aspettate la prossima puntata.

Solidarietà per Noa

Di ritorno in Israele dall’Italia, la cantante Noa è stata insultata e minacciata per le sue posizioni pacifiste e contrarie alla politica delle destre che rischiano di sprofondare ulteriormente e definitivamente la regione nella guerra e nella sofferenza.

Approfitto anche dello spazio del blog per esprimere la mia solidarietà a una grande cantante e a una grande persona.
Dobbiamo imparare a difendere i nostri grandi artisti.

Libri e social: usi e costumi 2.0

Un sito web di narrativa, di arte o di musica (insomma di quella cultura con cui “non si mangia” per ordine dell’allora ministro Tremonti) che voglia costruirsi un pubblico e un gruppo di autori propositivi, oggi bandisce spesso dei concorsi aperti ai voti tramite i social o addirittura con commenti sui blog. Molti si domandano che senso abbia affidare il destino della gara nelle mani dei contatti del web, perché chiaramente chi ha più amici e spende più tempo su Facebook ottiene matematicamente più consensi, a parità di qualità dell’opera, di chi è appena sbarcato sui social.

Qual è il senso?

Se analizziamo questi concorsi da una prospettiva professionale, quello che emerge è un innovativo sistema di promozione a più livelli e a più soggetti.

Il sito che prendiamo in esame parla di cultura e spesso ne produce anche. La sua eco sul web è sommersa dai grandi siti che possono pagare per conquistare le prime posizioni sui motori (nell’ottica attuale di “se sei ricco vinci sempre” e delle “zero opportunità”). Per scavarsi faticosamente una nicchia e sopravvivere deve avere un vivace viavai di lettori e di autori che collaborino attivamente nella promozione. L’ottica collaborativa e la convergenza di interessi sono la chiave della sostenibilità, quello che oggi può mantenere viva la produzione culturale attraverso le reti. Vale per siti e blog, ma anche per la piccola editoria che compete con dei titani veri e propri, gelosi della loro posizione e armati fino ai denti.

Il concorso aperto ai voti del pubblico è un’operazione che coinvolge il sito che lo propone, gli autori che vi partecipano e i lettori. Ogni soggetto concorre a moltiplicare il traffico sul sito, perché nella competizione (spesso amichevole) tra gli autori in gara, è determinante attirare il pubblico sull’opera preferita (o sulla propria). Gli autori che si mettono alla prova hanno un ritorno d’immagine, i lettori accedono gratuitamente alle opere in gara. E tutto questo stimola interesse e attenzione sulla cultura in generale.

La convergenza di interessi è evidente.

Alcune gare hanno anche una giuria di esperti che valuta le opere più votate, risolvendo il problema dell’eventuale distorsione “più amici più voti” e dando maggiore autorevolezza al concorso.

Questo è il senso. Spezzo volentieri una lancia a favore di queste iniziative collaborative che coinvolgono il pubblico, e la spezzo volentieri sulla testa di quelli che cercano sempre il “nuovo” e quando lo incontrano protestano perché non si accorda ai vecchi e consolidati sistemi.

L’Oscura Forfora delle Tenebre

Sesta puntata del demenziale fantathriller urbano. Le puntate precedenti? 1 , 2, 3, 4, 5.

Atto Primo
Scena Quinta

No, non vi anticipo nulla: questa è una vicenda così complicata che se comincio a saltare avanti e indietro mi ci perdo. Abbiamo lasciato Tony con la chiavetta USB a New York e Bjorn in auto con la bionda in accappatoio nel Maine. La nostra storia prosegue a San Francisco nel salone di un…

“Brutto vampiro! Mi aveva promesso uno sconto!”

Che il Conte fosse un vero vampiro non lo sapeva nessuno, a quei tempi. Soltanto il suo aiutante di bottega aveva qualche sospetto, per via delle strane abitudini del Conte e per i suoi racconti estremamente vividi e ambientati in epoche lontane.

Parlo di me in terza persona, e allora? Vi dà fastidio? Lo faceva pure Giulio Cesare e ha fatto un sacco di strada nella vita.

Dei vampiri se ne dicono un sacco, ma non è facile distinguere un vampiro da un fesso qualunque. Per prima cosa, i vampiri odiano gli specchi, ma non è assolutamente vero che gli specchi non riflettono la loro immagine. Semplicemente, i vampiri non vengono bene allo specchio, così come qualcuno viene male in fotografia: la loro carnagione sembra giallastra e i loro occhi spenti; sembrano più paffuti e meno muscolosi, qualcuno persino più basso. Così il Conte stava sempre alla cassa, che è il posto più adeguato a un succhiasangue.

Ma no, la luce non lo riduceva in cenere e neppure gli conferiva un alone luminoso. Quelli sono effetti speciali che costano cari, e qui gli autori si tengono stretti con le spese.

La bottega del Conte era piccola ma situata in una strada parecchio trafficata e quindi il lavoro non mancava. Nonostante fosse un vampiro, i suoi prezzi erano tutto sommato abbastanza contenuti e questo contribuiva ad affollare il locale. Il Conte era vecchio, vecchissimo. Nessuno sapeva quando fosse nato, ma ogni volta che saltava fuori un qualsiasi argomento, dalle piramidi in poi, lui sorrideva sotto i baffi ben curati con l’espressione sorniona che voleva sottointendere “io c’ero”. Però tutti quei secoli se li portava bene! Sembrava un arzillo sessantenne, con i capelli grigi tagliati alla Cary Grant e dei baffetti alla David Niven. Di tutti i luoghi comuni sui vampiri, l’unico che aveva una qualche fondamento con il Conte era l’allergia alla croce. Ogni volta che si lanciava una moneta lui sceglieva testa. Matematico.
Un altro problema del Conte era con l’aglio. Ogni volta che sentiva odore d’aglio, chissà per quale ragione, cominciava a parlare con la erre moscia. Certo, non sembrava un problema insormontabile, ma quando il negozio accanto al tuo era un kebabaro che friggeva falafel tutto il santo giorno, la situazione diventava pesante.

Quanto al suo assistente, era un giovane elegante e distinto dall’intelligenza fuori dal comune e dal vivace senso dell’umorismo.

Questa è la mia storia, è chiaro? La racconto come pare a me.

La maggior parte dei tagli era affidata all’assistente, Steve, mentre il Conte si occupava della cassa e, stranamente, della pulizia del pavimento. Non lasciava quell’incombenza a nessuno, neppure ai garzoni che negli anni aveva assunto e licenziato a seconda di come andavano gli affari.

Quel giorno, il Conte ricevette visite: una coppia giovane. Entrambi erano alti, belli e biondi, lui con una barbetta ben curata, lei senza. Lei con uno splendido paio di tette e lui no. Insomma, erano due che attiravano l’attenzione. Appena entrati si fiondarono a parlare con il Conte.
“Qui bisogna proprio pavlave.” Esordì barbetta bionda. “Oh povca puttana, c’è aglio da queste pavti!”
“Bisogna favci l’abitudine”, rispose con filosofia il Conte.
“Quanto è fidato il tuo assistente?” chiese belle tette che era evidentemente più scaltra dell’amichetto, visto che evitava le erre con disinvoltura. “Discutiamo qui o ci spostiamo in un posto dove non c’è nessuno?”
“Vitiviamoci a pavlarve nel vetvobottega, se non vi dispiace”, propose maldestramente il Conte.

(continua)